Il genio della vacanza a Norcia, borgo natale di san Benedetto, per la galassia d’In Movimento. Il monito di don Giussani per cui “la fede è oggi possibile solo se fondata su una forte identità”. E la semplice constatazione secondo cui la casa è solo di chi ha il potere di farla vivere: l’inesistente coabitazione.

Mi sembra che queste tre indicazioni scaturiscano dall’intelligenza fondativa che ha localizzato la vacanza di quest’anno, per un centinaio di ciellini dissidenti, nel borgo natale del fondatore del grande monachesimo. Quello che, millecinquecento anni fa, ha sostanziato e reso veramente possibile lo sviluppo della cattolicità universale. E della civiltà europea (dunque mondiale).
A dire il vero la terza indicazione non è chiaramente uscita dalle meditazioni della riunione nel borgo in cui oggi rivive il primo monastero benedettino (per merito di una dozzina di valorosi giovani monaci statunitensi che recitano le “Ore” in latino e gregoriano). In effetti, sulla metafora della “stufa che non deve mai spegnersi per cui occorre vegliare e soffiare sul fuoco anche energicamente”, e della casa che “non appartiene agli usurpatori che sfrattano illegittimamente”, si è installato il topos tematico su cui si è sviluppato, almeno in parte, il dibattito di questo fine agosto nella galassia in questione. Ciò anche in concomitanza con la circostanza del quasi simultaneo Meeting di Rimini che ha sancito, a mio avviso definitivamente, la svolta carronniana di CL (previo il benestare benedicente di Papa Francesco). In realtà appariva evidente, anche a molti membri d’In Movimento, che l’attuale diatriba non fosse altro che il remake di ben remote esperienze che hanno costellato la vita della Chiesa nei millenni…
San Benedetto stesso, dopo essersi trovato a sfuggire a tre tentativi di avvelenamento da parte dei suoi monaci molto scontenti della sua “troppo ferma e rigorosa” Autorità e della sua meravigliosa ma percepita troppo dura Regula (che aveva ben inspirato anche don Giussani), decise di andarsene come persona non grata, anche seguìto da molti suoi fedeli. Continuare a insistere nel rivendicare la purezza della fedeltà, nella fattispecie al carisma giussaniano, di fronte ad attacchi sempre più netti e pure insultanti (peraltro nell’inevitabile reciprocità), non può che diventare inesorabilmente risibile. E penoso. La carità fraterna, anche se con rilevanti differenze teologiche, pretende riserbo relazionale per astensione e, come raccomandato dalla Compieta del giovedì, suggerisce di fare in modo “che la collera non sopravviva al tramonto”.
Sul piano dottrinale e pastorale, invece, il dialogo non deve essere frenato e deve investire la ricerca della verità con una passione senza alcuna, proprio nessuna, remora. Già si sono espresse, in nuce, una serie di iniziative fondative che dovrebbero sostanziare, pure con la creazione di una associazione culturale, come (prima) risposta ai problemi alquanto scismatici che si son posti.

Naturalmente, vien fatto di chiedersi da dove giunga cotanto disorientamento che ha condotto, in una decina d’anni, ad una rottura tanto radicale quanto imprevedibile nel movimento di CL.
Il quale aveva rinnovato la vita di tutta la Chiesa e della cristianità, nella seconda metà del secolo scorso. La ripresa approfondita della lettura dei testi di don Giussani e dei suoi maestri ha già portato ad enucleare i nodi principali che hanno deviato la condotta del recente movimento ecclesiale più importante del pianeta. Infatti, ogni qualvolta si produce una divisione nella Chiesa, emerge sempre un problema di autentica fede. Penso di riparlarne prossimamente. Nel nostro mondo reificato e dominato da quanto Papa Emerito aveva definito la “dittatura del relativismo”, la “fede è possibile solo con una forte identità”, secondo la formula ripetuta da don Giussani. L’instancabile e attivo “Quaerere Deum” (Cercare Dio) nel Mistero della vita, che Benedetto XVI aveva evocato a Parigi presso i Bernardins, è la sola possibilità di percorso per disporre di una solida e adeguata identità.
Ad una condizione però. Quella preliminare ricordata come centrale da san Benedetto: “Una identitità forte è data esclusivamente da una rottura col mondo”. Oggi questa rottura non è realizzabile se non con un giudizio sistematico e totale su ogni fatto, idea o atteggiamento della cosiddetta modernità. Purtroppo però siffatta modernità rilevabile è solo modernista, nella sua concezione riduzionista e secolarista, privata assurdamente del Dio sempre vivente.
Per non farsi fatalmente sottomettere dallo statalismo imperante – che afferma il predominio dello Stato detto moderno sulla Persona, sempre eterna creatura – occorre emettere ogni giorno un giudizio integralmente cristiano su ogni cosa. La fede non può che riguardare tutti gli aspetti esistenziali e comportamentali. Come pure essa deve riconcepire l’esistenza dalla sua radice, come ci è stato insegnato soprattutto dal nostro maestro e fondatore (ora in via di canonizzazione).
Così la forte identità è radicalmente cristiana o non è.
In tal modo, ogni tragica rinuncia al giudizio fa evaporare l’idea stessa dell’Incarnazione Trinitaria, qui ed ora.
Ciò è quanto, sul fondo, si accusa attualmente Comunione e Liberazione nella sua svolta.

“Cosa si aspetta per affermare chiaramente – hanno ribadito certuni d’In Movimento – che la svolta casuistica impressa dalla dirigenza di CL si è largamente consumata”?
L’intimismo e lo spiritualismo intellettualista (!), propri e specifici dell’Azione Cattolica degli anni ’50-’60, sono diventati i nuovi criteri pastoralisti del movimento ciellino diventato individualista e insieme statalista! Come sempre, lo statalismo è il risultato di un atteggiamento di subordinazione passiva e non detta, senza l’implacabile giudizio cristiano sulla questione cruciale della supremazia tra il razionalismo dello Stato e la sapienza divina dello Spirito.
La stessa eresia contro cui don Giussani ha sempre dovuto prendere il contropiede, affermando invece l’inflessibilità della fede cristocentrica e profondamente antistatalista.
Da quanti anni, del resto, si praticano in CL Scuole di Comunità fatalmente e riduttivamente individualiste, psicologistiche e opinionistiche, in piena subordinazione culturale al mondo, secondo le tendenze omologate, massificate e in auge nelle nostre “società dello spettacolo”…
Altro che la benedettina “rottura col mondo”!
Eppoi, come concepire l’aggregazione comunitaria postmoderna (problema non solo per CL, ma per qualunque movimento ecclesiale) nell’attuale continuità nichilista?
Ci si ricordi allora della boutade autoprovocatoria di don Giussani : “Io della vostra compagnia me ne infischio!”…
Come risolvere, quindi, il problema del padrone di casa, allorquando le due fazioni ne rivendicano la proprietà morale?
Anche san Benedetto ha dato l’esempio: ha tolto il disturbo elegantemente. Aveva ben altro da fare. Ed è andato a farlo per la salvezza di tutto il mondo, lasciando il potere ai recalcitranti di “far vivere” la loro sterile ipotesi di casa. E prendendosi tutta la libertà di costruire il potere Trinitario totalizzante.
La preoccupazione di evitare di scadere nel destino della “riserva indiana” – paventato da alcuni altri giussaniani norciani – nel molto generale narcisismo di CL ora anche modernista e autocelebrativo, appare già evidente nell’ipotesi rivendicativa di molti che naturalmente escludono l’inesistente coabitazione nel movimento.
La nostra casa, la casa dei cattolici, non può essere che quella del Padre: ovvero quella di sempre e appartenente alla nostra inviolabile libertà.
Come sempre insegnato dal carisma, ancora vivente e non solo di don Giussani.

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