Intervista a Franco Troiano (maggio 2014)

franco camicia

Franco Troiano

CEO di Eurologos Group

(head office Bruxelles) www.eurologos.com

 

Intervista a Franco Troiano, CEO del Gruppo Eurologos, sulle vere cause della crisi, la sua durata, i suoi soli rimedi e le sue conseguenze in rapporto alla cultura professionale nel multilinguismo multimercato (MarCom).  La redazione di Glocal ha incontrato Franco Troiano, il fondatore di Eurologos, per porgli alcune questioni cruciali sul nostro settore professionale e sulle pratiche nei nostri mestieri (pubblicità, traduzione e printing/web) di fronte alla gigantesca depressione contemporanea che ha già inghiottito, negli ultimi anni in Occidente, varie centinaia di migliaia di imprese, anche ben valide.

Signor Troiano, lei è attivo da una quarantina d’anni nel nostro settore miltilingue MarCom (Marketing e Comunicazione). Cosa è veramente successo e cosa si incontrerà nel prossimo futuro economico, sia generale che relativamente ai nostri settori di comunicazione multilingue?

Piuttosto che “profetizzare” vanamente e inutilmente, secondo i metodi molto alla moda, sulle modalità di uscita dalla crisi della nostra epoca detta erroneamente “finanziaria”, è indispensabile almeno capire le due ragioni fondametali di questa crisi. Crisi economica e non finanziaria, la più grave ed estesa della nostra epoca moderna. Attenzione, se ne parla solo molto raramente ed in modo superficiale oltre che parcellizzato.

Le due cause principali che hanno provocato la crisi eonomica attuale:
la denatalità e i debiti statali

La denatalità mostruosa da una cinquantina d’anni che ha provocato la diminuzione delle nascite di più di un terzo – con tendenze verso la metà – nei nostri paesi occidentali; e l’altra causa, l’indebitamento gigantesco degli Stati detti opulenti, soprattutto europei e sviluppati. La denatalità ha condotto, con due generazioni diventate celebri come quelle delle culle vuote (1,1 – 1,3 di fertilità al posto dei 2,1 – 2,2!), al crollo della domanda interna di tutti i paesi sviluppati. E gli indebitamenti pubblici hanno provocato costi di interessi passivi colossali che hanno bloccato ogni investimento serio e hanno fatto aumentare les tasse a livelli insostenibili.

Ma c’è già, si dice, una popolazione troppo importante nel mondo e quasi tutti sono d’accordo di aumentare i deficit statali per rilanciare le economie…

È falso e, allo stesso tempo, molto grave! Già due secoli fa, il maltusianesimo proclamava che c’erano troppi abitanti sul pianeta terra: erano appena cinque volte meno che gli attuali sette miliardi e mezzo! E quanto ai debiti statali (che aumentano dappertutto e continuamente), anche la Gran Bretagna liberale, nel 2013, ha superato di tre volte il tetto del deficit del 3% dell’Unione Europea togliendo al Belgio il secondo posto, con il 108% del PIL, fra i paesi più indebitati d’Europa (dopo l’Italia al 134% del PIL).

Ma tutti i paesi, soprattutto dopo le ultime elezioni europee, si apprestano a aumentare i loro deficit nazionali.

Sì, ed è tragico anche se senza alternative, apparantemente. Anche il Giappone e gli Stati Uniti hanno appena modificato le loro leggi costituzionali per ancora aumentare i tetti dei loro debiti. È una spirale catastrofica. Ma i governi non fanno altro che obbedire alle volontà delle popolazioni che reclamano maggioritariamente, dagli anni ’60, un livello di vita al di sopra dei loro mezzi: è il debito pubblico, reputato essere rimborsabile solo dalle generazioni future sul gobbone delle quali si è messo questo debito. Anche in modo antidemocratico, oltreché immorale: si è così rubato impunemente ai figli e ai nipoti attraverso lo Stato statalista!

Perchè lei parla di tragicità dell’aumento del debito pubblico?

Perché gli interessi annuali possono solo aumentare ulteriormente: si sa che, per esempio, un paese come l’Italia paga quasi 100 miliardi di interessi all’anno per il suo debito record. Mentre per gli investimenti a favore dell’occupazione dei giovani, senza lavoro per la metà (!) si rendono disponibili solo dei miserabili 3-4% di questo importo oceanico? E gli altri paesi non sono molto meglio situati. Ma quello che più è più grave, è il silenzio complice internazionale: non una sola parola e una sola cifra su tutta questa questione di denatalità e di costo del debito.

Il suo quadro sembra così molto nero.

Purtroppo è la realtà che è oscura. E bisogna almeno dirlo. Per correggere il reale, è prima necessario trovarne le cause e gli errori. Essere razionalmente critici non vuol dire aumentare il nichilismo ambiente del nostro tempo. Piuttosto il  contrario. La speranza, l’ottimismo e il coraggio dipendono da una analisi concreta e puntuale della realtà: per esempio, io a 70 anni suonati, continuo a lavorare tutti i giorni. La media europea dei pensionamenti, compresi i prepensionamenti, è invece di 56 anni e qualche mese (!): anche là, bocche chiuse e cucite da parte dei politici e dei sindacati (come pure dei media), per paura di “troppo” spaventare le masse popolari. E, per completare il quadro, io lavoro – come quasi la totalità dei piccoli padroni – tutti gli anni fino all’inizio di settembre per pagare le tasse sempre in aumento degli Stati. In uno Stato sano e liberale – non totalitario – si dovrebbe lavorare per le tasse non oltre marzo-aprile.

Passiamo al settore delle nostre attvità, quello della comunicazione multiligue. Quali sono le prospettive?

Me lo domando anch’io continuamente. Ho qualche punto fermo oltre a quelli della denatalità e degli interessi dei debiti pubblici: tutti dati, questi, precisi e inevitabilmente inaggirabile.

La comunicazione contemporanea è multilingue o non è

Il primo punto specifico è costituito dal fatto che la comunicazione e la pubblicità “moderne” possono essere solo multilingui. Ogni impresa si trova oggi di fronte al problema di vendere assolutamente a più mercati: quelli nazionali e limitrofi sono diventati troppo piccoli e il mondo continua la sua globalizzazione che s’è accelerata da un quarto di secolo con l’informatizzazione e la mondializzazione: Internet! Ma come far fronte a questa globalizzazione e mondializzazione se si rimane una impresa monolocalizzata? Soprattutto se si è una agenzia di servizi di comunicazione multimercati. Come assicurare ai clienti una comunicazione marketing di qualità se si devono affidare gli adattamenti delle concezioni, delle redazioni, delle traduzioni e delle realizzazioni internet (oltre agli stampati) a dei freelance?
I freelance possono sempre sbagliarsi sia sul piano concettuale, linguistico e anche grafico. Chi allora controlla, corregge e convalida il loro lavoro se si rimane monolocalizzati? Ecco perché le agenzie del Gruppo Eurologos hanno comunque fiducia nell’avvenire. Quando i clienti si accorgeranno veramente dell’inadeguatezza strutturale di tutte queste agenzie monolocalizzate in un solo paese mentre devono far fronte al multilinguismo della comunicazione contemporanea, ci sarà una enorme ondata di nuovi fallimenti e chiusure volontarie riguardanti tutte codeste agenzie pigre e obsolete. Questa ondata ha peraltro già cominciato a devastare. Il problema di Eurologos, invece, è di continuare ad allargare sempre più le sue agenzie glocalizzate nel mondo: per allargare la sua pertinenza linguistica e marketing in rapporto ai mercati target.

Si direbbe che lei voglia il fallimento dei suoi concorrenti.

Che non si dicano sciocchezze. A meno che non ci si trovi nel caso, oggi molto diffuso, in cui lo Stato e i sindacati arrivino a confiscare il valore dell’impresa fino a condurla al fallimento, bisogna riconoscere che la perdita o la sparizione di aziende obsolete è spesso economicamente necessaria e salutare. Non sostengo alcun fallimento, ma affermo che agenzie di comunicazione monolocalizzate e non glocalizzate (che siano di pubblicità o di traduzione, oppure di comunicazione globale e web) devono necessariamente e fatalmente sparire. Naturalmente, parlo sempre di peccati e non di peccatori come è raccomandato dalla sempre necessaria misericordia professionale.

Vorrei per l’appunto chiederle il suo giudizio sulle associazini professionali e sugli appalti pubblici. 

Come è ben conosciuto da anni, il Gruppo Eurologos è uscito da una associazione professionale (che aveva anche fondato) a causa del fatto che essa continuava a persistere come una una organizzazione composta di agenzie sia monolocalizzate che internazionali (glocalizzate). Questa ragione di abbandono, dichiarata e motivata, diventava sempre meno giustificabile e sempre più intollerabile se non presa e messa in atto. Non si può più, in mercati globalizzati e multilingui, rimanere associati professionalmente con “caselle postali” (è con questo termine che vengono chiamate le agenzie monolocalizzate in un solo paese che pretendono fornire comunicazione multilingue di qualità).
Gli interessi con queste agenzie inadeguate, non solo non sono più comuni, ma diventano sempre più antagonisti. L’EUATC, l’associazione europea in questione, è in effetti un miscuglio indifferenziato di queste agenzie strategicamente destinate all’insuccesso.

Un associazionismo professionale non rappresentativo del glocalismo,
il solo vero fattore d’innovazione della nostra era

A fianco dell’altra associazione professionale costituita di traduttori indipendenti (gli autonomi della FIT), bisogna creare una nuova associazione mondiale di agenzie di comunicazione multimercati e gocalizzati che possa affermare sui mercati internazionali il posizionamento della glocalizzazione. Il quale possa assicurare il controllo, la correzione e la validazione finale dei servizi di comunicazione. Secondo anche ai principi dell’ISO 9001 (che il mio gruppo dispone da molti anni).

Ci dia un esempio di “incompatibilità” tra “caselle postali” e agenzie glocalizzate.

Si tratta di una divergenza permanente e a 360 gradi che è comprensibile pure sul piano intuitivo. Tutte le argomentazioni di vendita di una “casella postale” sono sistematicamente falsificate in quanto, come questa definizione l’afferma intrinsecamente già dalla fine degli anni ’70,  queste agenzie  possono solo trasmettere i concetti, i testi e le traduzioni sprovviste di qualsiasi intervento di una agenzia locale di garanzia, lingua per lingua. Questa deve potere almeno controllare e convalidare i testi allo scopo di renderli perfettamente adattati a ciascuno dei mercati target. In realtà una agenzia monolocalizzata non è legittimitata ad altro che a realizzare servizi destinati al suo proprio mercato locale. Lo stesso discorso deve essere fatto per una agenzia grafica, di impaginazione, d’illustrazione (per una significazione semantica di una immagine o di una leggenda). Il contesto antropologico e culturale deve essere deve essere sempre verificato e convalidato da almeno un copywriter o un traduttore che vive sul posto. Una agenzia glocalizzata conta invece sulla sua agenzia corrispondente, situata sui mercati target e verifica sia linguisticamente che terminologicamente la pertinenza dei messaggi. Anche da un punto di vista grafico e visuale.

 E da un punto di vista degli appalti pubblici?

Una agenzia di comunicazione moderna ha come  primo dovere quello di trasferire gratuitamente al mercato, vale a dire al futuro cliente, un know-how professionale che gli è proprio. Il cliente dispone, naturalmente, di un altro saper fare (il suo) che lo giustifica della sua relativa e comprensibile  ignoranza in materia: quella della comunicazione multilingue di fronte alle sue proprie competenze professionali, relative alle sue attività.
Ora le agenzie monolocalizzate sono obbligate a nascondere, fatalmente, i loro mezzi e procedure che, immancabilmente, sono obsolete e sempre inadeguate. Allora, si assiste a un diluvio di falsificazion nel loro posizionamento: per esempio, queste caselle postali diventano immediatamente “dotate” di migliaia di fantomatici copywriter e di traduttori, tutti “specializzati”, come per caso, nel settore specifico… del cliente. Non c’è bisogno per esse di memorie informatiche: tutto è “memorizzato” nella testa (fragile) dei loro “specialisti” che sarebbero a loro “disposizione” (e non lavorano anche per i loro concorrenti o non si ammalano mai)… E che, va da sé, non si sbagliano mai – neanche per stordimento fatale – nel loro lavoro. Possible? Siatene giudici voi stessi.
Si devono utilizzare i loro servizi – secondo queste caselle postali – come se fossero dei… Visto si stampi: nessuna necessità (non se ne parla neppure) nemmeno di revisori, di terminografi, di rilettori naïf nelle redazioni… In breve, tutta la panoplia delle menzogne più clamorose e fallaci ripetute da una cinquantina d’anni e ritenute essere sempre credibili: ai danni dei clienti e della professione. Tutta la modernità professionale, tutto il kow-how  dei venticinque ultimi anni cumulati dall’industria delle lingue, dall’ingegneria linguistica e dal progresso del marketing sono accuratamente nascosti dietro una congerie di stupidità, anche fattuali.
Bisogna continuare ad associarsi acriticamente a questi immancabili abbrutiti o lobotomizzati di cui il “concetto” centrale de loro lavoro è il semplice giro d’affari a detrimento del progresso, della razionalità e anche della logica formale?
Essi non fanno altro che continuare a perfezionare la distruzione, presso i mercati della domanda, dell’immagine delle nostre professioni!

Ma chi può ancora credere a questi luoghi comuni, a queste banalità?

Certo, tutti quelli che credono già sapere tutto, non spendono neanche una sola piccola energia e un solo minuto per apprendere qualche cosa di nuovo e, soprattutto, di vero.
Chi potrà mai spiegare ai funzionari che sono generalmente ignoranti come capre che la loro tecnoscienza miserabile e miserabilista altro non è che l’espressione di una cultura parassitaria e autocelebrativa, spesso anche illegale e sempre intrinsecamente arrogante?
A dire il vero si dovrebbero anche  collegare, almeno oggettivamente, le loro procedure pseudo-tecnocratiche, di cui sembrano vantarsi, alle pratiche più sordide e incoffessabili (i metodi di corruzione non possono essere lontano…). Qualche anno fa, un collega concorrente mi ha confidato che aveva vinto in modo fraudolento un grosso appalto dell’Unione europea allegando alla sua sottomissione dei Curricula Vitae di militari (specialisti, sicuramente…) morti da molro tempo: perché mettersi nella condizione di subordinarsi a freelance e ai suoi propri impiegati mentre – mi diceva il mio confidente – si è,  in quanto agenzia, il “vero responsabile che firma la sottomissione al cliente e all’UE”?

C’è un rapporto di causa a effetto tra la corruzione e l’ignoranza arrogante degli statali?

Ecco dove si giunge di fronte a richieste rigorosamente illegittime che i funzionari statali osano introdurre nei loro sempre più deliranti appalti. Essi esigono come prova delle capacità da parte delle imprese che partecipano alle emissioni dei loro appalti i CV dei loro collaboratori (anche subordinati): una pratica odiosa e “impraticabile”; attualmente c’è un appalto in corso che richiede 80 CV (!) certificati dai titolari come dichiarazione di collaborazione corrente! Da cui i CV dei militari di alto grado morti e ben sepolti del mio confidente concorrente colpevolmente furbetto.

Lo tsunami devastatore della burocrazia tecnocratica. Anche nel privato.

Sul sito web di Eurologos, da una decina d’anni, c’è una sezione dedicata ai Correct Tenders con una lunga lista di casi selezionati sulle stupidità proprie ai funzionari statali nella loro imperdonabile impreparazione professionale. Per fare un altro esempio di CV (un vero e proprio invito permanante, spesso illegale più che illegittimo e logicamente inutile!), c’è l’altro grande capolavoro, fequente tra questi tecnocrati la cui sola e prima preoccupazione è quella di autoproteggersi (illusoriamente): i test  di redazione e di traduzione. Appare evidente anche a qualsiasi ignaro che questi test non sono per nulla probanti: ogni impresa candidata appaltatrice realizza sempre un test impeccabile allo scopo di ottenere il contratto. Ma i metodi e l’accuratezza di questi test, immancabilmente, non saranno utilizzati – non fosse che per ragioni economiche – in seguito. Invece, non è possibile trovare nessuna traccia di richiesta di strutture glocalizzate (ma conoscono veramente questi funzionari burocratizzati e incolti, almeno questo neologismo creato dai californiani da una ventina d’anni: questa occorrenza che da una quindicina d’anni è presente su Internet per più di un milione di volte in sette lingue).
Nessuna traccia nemmeno delle memorie informatiche (di traduzione) e dei rilettori contrattitori per il rewriting. Dunque non solamente questi luoghi comuni e stupidaggini sono ancora in corso e di grande attualità, ma cominciano a diventare un modello anche per la grande e media impresa privata.
La crisi economica, in sovrappiù, lo favorisce.

Ora una domanda relativa a questi disastri che la tecnoscienza, anche ignorante e inutilmente presuntuosa, provoca presso i manager del settore privato…

Si tratta dell’aspetto, da un certo punto di vista, anche più inquietante di questa ondata di burocratizzazione approssimativa, falsificante e pesantemente inefficace a partire da strutture pubbliche eurocratiche fino a quelle più modeste dei comuni più periferici. C’è una sorta di pedagogia a rovescio dello statalismo a detrimento dell’economia della produzione privata. In breve, vi faccio un piccolo esempio che la dice molto lunga.
Una necessità professionale e cruciale del Gruppo Eurologos, anche più strutturale e produttiva che marketing, è quella di continuare a creare nuove agenzie centrate sul saper fare principalmente culturale del multilinguismo. Come il coworking è molto alla moda, soprattutto nel settore tecnoburocratico, non si può immaginare quante piccole imprese sono disponibili ad associarsi con il nosro Head Office di Bruxelles sulla base però di una sola di queste sue attività: per la fornitura di questi tre tipi di mestieri e non sull’insieme chiaramente sinergico.

Il coworking parcellizzato in luogo delle tre attività integrate
sotto la stessa regia imprenditoriale (con la stessa marca):
in sovrappiù anche con ben più redditività e molto richiesta dai mercati

E pertanto i mercati sono molto interessati alle forniture integrate: sotto la stessa marca e sotto lo stesso management, naturalmente, di servizi di concezione-redazione, di traduzione–adattamente e di stampati e web. Ora ciascuna di queste tre attività è entrata in crisi economica e solo una gestione proprietaria unica può salvarla et renderla veramente competitiva (nella rapidità e l’economicità dei suoi prezzi).
Peraltro, chi non conosce l’arcicelebre principio olistico secondo il quale la scomposizione in parti di una unità composta persegue sempre un risultato inferiore a quello dell’unità globale?

Quanto tempo allora durerà la crisi economica?

Oltre alle valutazioni evidenti sulla natalità e gli interessi dei debiti, queste anomalie professionali, per esempio del coworking, la dicono molto lunga sulla durata della crisi e della litigiosità inevitabile così introdotta nei mercati: non bisogna poi considerarsi dei grandi esperti economici per calcolarne il valore. Per non parlare dei margini beneficiari molto diversi tra questi tre tipi di attività. E senza epilogare sulle caratteristiche parassitarie di una attività più nobile e redditizia (la pubblicità) in rapporto alla “semplice” traduzione o all’interpretazione: queste portano, in compenso, un numero incomparabile di clienti sui quali fondare il cross-selling.
Il coworking, dunque, come produttore d’inevitabili discordie e di disordini obiettivi (a medio termine): sia per il cliente finale che per i co-produttori apparentemente associati allegramente ma sempre separati economicamente e nel loro interesse strategico!
Questo tipo di network logistico (dove la localizzazione rimpiazza la vera e propria riflessione innovatrice), cristallizza negativamente la convergenza e la sinergia delle attività, soprattutto destinate ad integrarsi. Il suo interesse non può essere che tattico.
Può infatti essere utile quando si tratta di attività strutturalmente vicine ma incompatibili o non integrabili. In effetti, quelli che sono positivi ed efficaci sono i network di imprese che agiscono in  settori non cumulati o non concorrenti. Già la crisi oggettiva della nostra epoca sarà molto lunga, così sarà bene non aggiungere quelle con origini soggettive. Quand’anche si ricominciasse a fare figli veramente, ci vorrebbero molti anni prima che questi diventino produttivi.
A questa incertezza della ripresa della natalità da parte delle popolazioni occidentali (compreso l’avanzato Giappone) e ben più al di là dell’applicazione della Regola d’oro, vale a dire: non spender più di quanto le liquidità lo permettano, non bisogna aggiungere la confusione dei generi irrazionalmente assemblati.

Una ultima domanda, signor Troiano, sui rimedi a questa crisi economica.

Dopo questa descrizione rapida, in ogni caso analiticamente globale, appare evidente che non c’è un rimedio semplice: la crisi, lo si è visto, è di natura culturale e pure antropologica. Soluzioni superficialmente politicistiche e tecnicistiche non saranno sufficienti. E per lungo tempo.
Fra l’altro, la responsabilità dei nostri mestieri di comunicatori per l’uscita piena dalla crisi è già ingaggiata. Bisognerà ritornare ad una civiltà umanista dove le popolazioni ritrovino la loro creaturalità perduta o abbandonata. Una civiltà salvifica che non ha mai cessato di indicare la via, la verità e la via da seguire. L’uomo-creatura, che si riconosce come tale, non dispone già della sua salvezza. Non ha che da chiederla, come sempre, al suo Creatore.

La comunicazione, soprattutto se multilingue, dispone così dei contenuti e del metodo eterno della sua finalità. Anche marketing.

Grazie                                                                                                                      Bruxelles, 20 maggio 2014