Cerco qui semplicemente di vedere e spiegare il fondamento primordiale della pedagogia di Comunione e Liberazione: il “principio di esperienza”. Mi aveva conquistato nel 1962, dopo l’incontro con don Giussani a Milano, quando ero operaio e frequentavo l’istituto per periti metalmeccanici serale. L’arcivescovo Montini, prima che diventasse papa Paolo VI, aveva indirizzato una conversazione con lo storico fondatore di CL sullo stesso tema cruciale: lo aveva molto intrigato, come del resto anche dopo

Innanzitutto la dottrina e dopo l’esperienza”, era (e resterà eternamente) il principio metodologico pastorale della Chiesa: don Giussani l’aveva (apparentemente) rovesciato per costruire il più grande e profondo movimento ecclesiale del secolo scorso
L’arcivescovo di Milano ne era sempre sbigottito: come aveva potuto fare don Giussani nella costruzione del movimento ecclesiale, forse più vivo e di grande successo, in qualche anno nella dimensione già nazionale, a partire dell’applicazione del methodo induttivo – e non deduttivo! – di GS (Gioventù Studentesca)? E che si sarebbe presto denominata Comunione e Liberazione?
Le spiegazioni, verbali e generali dell’allora ancora giovane Giussani, lasciavano sempre piuttosto dubbioso l’alto prelato ambrosiano e bresciano, come pure Autorità diretta della più importante diocesi al mondo. Ma sempre meravigliato e benevolente, grazie ai frutti eccezionali ed evidenti del nuovo movimento. Così, il giovane prete brianzolo di Desio, educatore di vocazione, avrebbe scritto il suo primo libretto globalmente descrittivo della “sua esperienza” associativa. Malgrado l’epoca fosse allora già percepita come estremamnete innovativa e piena di fermenti di modernizzazione (Papa san Giovanni XXIII avrebbe promulgato il Concilio Vaticano II nello stesso periodo), l’arcivescovo Montini, il futuro autore dell’enciclica Humanae vitae nel 1968, era molto attento a che questo “spirito del tempo” non sbandasse nell’orribile “modernismo casuista”. Eresia questa tipica del basso, il fare, il pratico che sovverte e inquina l’alto, la dottrina. La sua enciclica, di un rigore profetico e dottrinario rarissimo, è stata poi senza dubbio la più contestata e, soprattutto, rifiutata nella storia dal clero e dal popolo, detto misteriosamente di Dio. Fu il tempo questo, in cui una Chiesa molto eterodossa post-conciliare si è attestata, in gran crisi di fede, mentre un’altra sempre vera Chiesa, certo progressivamente minoritaria, si è identificata totalmente ancor più nelle verità della Tradizione.
Era l’epoca in cui il marxismo, in modo trionfante, affermava in ogni occasione il suo principio “sacro”, quanto altrettanto falso, secondo cui “la prassi deve precedere e dominare la teoria”.
Vale a dire il metodo contrario alle regole classiche non solamente del cattolicesimo, ma pure della filosofia, compresa quella della gnosi. A sua volta, il modernismo non era altro – all’interno della Chiesa – che la traduzione, in termini di teologia morale, di questo principio scervellato relativo alla pratica che deve precedere la dottrina, molto conforme alla moda del tempo.
Com’era dunque riuscito don Giussani a sfuggire a siffatta deriva marxista e pure marxiana nell’apparentemente privilegiare la prassi, anch’essa con il suo metodo esperienziale, al modernismo irreligioso che rende dominante pure la pratica sulla teoria e dottrina, l’esperienza sulla teologia? Ecco cosa intrigava il futuro Papa Paolo VI a volte criticato per le sue, del resto molto pregresse, “tendenze moderniste”…

La profonda e indivisibile religiosità del prete ambrosiano Giussani, totalmente ontologica e naturale, sovraelevata dalla rivelazione divina, per sigillare la sua “esperienza sacramentale”
Il filosofo rumeno, diventato naturalizzato francese, Cioran, affermava che nessuna teoria poteva essere rispettabile e praticabile senza sfuggire al “rischio totale”. Il rischio, in effetti, è il paradigma ineliminabile dell’esistenza umana, sempre sottomessa al “peccato originale” che rende ogni pastorale salvifica fragile, sempre molto fragile. Quello definito il più grande educatore al mondo nel ventesimo secolo, don Giussani, era talmente religioso in modo si può dire naturale e “brianzolo” (nel senso molto nobile) dell’epoca (anni ‘30-’40) in cui era entrato in seminario, da adolescente. E in cui giunse a sfidare vittoriosamente tutte le “impossibili” difficoltà storiche o anche di puro principio cattolico tradizionalista. Grazie alla cultura cattolica “operaia” (suo padre era operaio socialista), semplice e rocciosa quanto audacemente e raramente superabile (non solamente ottenuta nel suo seminario massimamente prestigioso: era quello di Venegono, in Lombardia, tra Milano e Varese).
Una combinazione, questa, di premesse quindi che gli potevano permettere anche i rischi “inauditi”. Il suo metodo pedagogico detto dell’esperienza, in realtà poteva solo rivelarsi vero e ontologico, ancorato all’ortodossia, la più inestirpabile. Abitualmente, detto metodo era propedeutico al modernismo progressista et intellettualista astratto, anche il più casuista e irreligioso. La qualcosa dipendeva e dipenderà, va da sé, dalla libertà di ogni persona e non da influssi sociali conseguenti a grandi sviluppi economici o sociologici. E, allo stesso tempo, essa rimane centrata pure su ogni comunità ecclesiale, apparentemente stravolta dalla globalità secolarista del suo metodo inizialmente fondato sull’esperienza più diretta, pericolosamente soggettivistica e fatalmente psicologista!
Ma, con la sua direzione, autenticamente teleologica e coincidente con la Rivelazione culturalmente dottrinale. Il prete detto “movimentista” si era costruita una cultura smisurata, minuziosamente edificata e completamente métabolizzata, nella più semplice e solida cultura cattolica. Quella anche del buon “senso comune” che permette pure all’analfabeta di appropriarsi della grazia di Dio massimamente e generosamente distribuita come dono. Questa doppia dimensione lo configurava come un supremo intellettuale irrangiungibile anche nella conoscenza della gnosi, cioè nella conoscenza esclusivamente fattuale ma molto critica delle cose. Quindi nella sapienza salvifica più teologicamente sofisticata. Non è per caso se il nostro prete straordinario aveva rinunciato a una grande carriera di teologo e professore di seminario, per dedicarsi alla pedagogia dei giovani, innanzitutto. E poi alle pratiche dei movimenti vocazionali anche e soprattutto adulti. Et questo, mentre che lo si accusava – con scontati argomenti marginali o già obsoleti – di essere un “integrista”, come se l’imputazione fosse veramente offensiva. Allo stesso modo di ogni membro di GS. E di GL (Giovani Lavoratori), il movimento analogo dell’inizio anni ’60 nel quale avevo cominciato la mia appartenenza attiva divina. Mentre Giussani ripeteva che la libertà è tutta e solo interna all’appartenenza, contrariamente alla cultura nichilista!

Si sta procedendo alla beatificazione canonica di don Giussani: senza dubbio si evidenzieranno i suoi grandi “fallimenti”: la successione del suo delfino in CL e quello quantitativo, nel ‘68-’69, di GS
Con evidenza, non si tratta di errori o fallimenti personali. La sua vita fa parte di ogni vita sempre storicamente limitata e umana. E comprensibilmente nella divinità della sua esistenza, votata al possibile servizio supremo molto indispensabile al Signore… Se la pertinenza pastorale, come gran fondatore ed educatore del suo tempo, si appoggia sulla capacità interpretativa dei bisogni, delle debolezze e delle forze dei suoi coevi, con il suo metodo di esperienza ontologica il nostro prete, pupillo di almeno tre papi, ha compiuto, al più alto livello, la missione cristiana della sua epoca.
In cui, prima della sua morte, aveva già raggiunto più di settanta Paesi di presenza attiva del suo movimento (CL) nel mondo. Tutta l’illimitata conoscenza culturale della storia e della sua sapienza divina sono state trasmesse al suo movimento e agli innumerevoli suoi fedeli. Ma sono sempre questi, quelli che sono i veri portatori del suo genio e della sua santità che non gli sono mai, secondo i suoi dire, appartenuti veramente. “È la Trinità il loro Signore”, insisteva senza tregua!
A loro volta, a nostra volta, ne siamo tutti i detentori più o meno fedeli nella sua altissima testimonianza. In tutta la sua eredità si ritrovano, infatti, rispettivamente le posizioni dottrinali più estreme che, come sempre, i demoni – mai dimenticare le loro diaboliche attività! – son riusciti a costruire e deviare: nella lotta interminabile contro la sapienza salvifica di Dio, in opposizione alla fede. Con la misericordia adeguata che bisogna coltivare sempre e, in questi casi, bisogna mettere in prima linea la propria ricerca della verità. Quella stessa di don Giussani che ha sistematicamente mostrato e insegnato a cercare, essendo la sola che rende liberi e permette di avvicinarci a Dio. Bisogna, in ogni caso, anche essere vigilanti contro le derive, le nuove falsificazioni che la superficialità e, bisogna pur dirlo, ogni possibile oltre che intrinseco difetto pedagogico del suo movimento ha indicato o tollerato (il rischio éducativo!). Quante volte abbiamo visto il nostro fondatore desolidarizzarsi dalle pratiche già eterodosse ch’egli scopriva – anche in nuce – nell’”esperienza” del suo movimento. Quante volte abbiamo ascoltato dalla sua voce roca e in collera il “Me ne infischio della vostra compagnia!. Oppure “Questa non è la nostra esperienza ontologica ed ecclesiale!”. Correggeva così continuamente, come ogni buon pastore, gli errori obiettivi e personali del movimento. Tanto più che vivevamo in una epoca dove la dominante della vita cattolica era già quella del sedicente teologo tedesco Karl Rahner, morto nel 1984 e gesuita come il nostro allora futuro Papa Francesco. Questa dominante tragica è ancora oggi l’ideologia dell’ermeneutica gnostica , dell’interpretazione soggettiva, psicanalitica e relativista delle eterne verità felicemente teologali: nella nefasta direzione del modernismo generale della nostra Chiesa cattolica in piena crisi casuista.

Come una relazione coniugale sacramentale che prevedesse un(a) amante molto diabolicamente devastante: l’esempio supremo esiste. Ed è anche molto pertinente: Karl Rahner stesso!
L’attuale clero della Chiesa è riuscito a convincere la maggioranza dei cattolici residuali, soprattutto del nostro Vecchio Continente, che le scelte politiche sono indifferenti rispetto alla fede e all’unità comunionale: quella detta e ripetuta continuamente ecclesiale. Ma esse sono totalmente false per almeno le ragioni seguenti.
La parola d’ordine per tutta la cattolicità è, da più di un quarto di secolo, che il voto politico dei fedeli può essere distribuito su tutti i partiti scelti da parte di ogni fedele, secondo il proprio gusto e piacere individualista o di massa. L’ideologia casuista attualmente in accordo con anche la secolarizzazione post-ideologica ha in effetti permesso questa follia scervellata di rendere nulla o marginale, totalmente disincarnata religiosamente, l’importanza dei voti politici da parte dei cristiani. I quali sono diventati anche storicamente e ovviamente irrilevanti. Così l’idea centrale della cristianità propria del Cristo Re dell’Universo (quasi competamente dimenticato) a scapito del Suo Regno che comincia qui su Terra, non ha più alcun senso, almeno per i cattolici. La religiosità è diventata quasi totalmente intimista, psicologista e spiritualista secondo una concezione anche laicista e autolaicista della vita completamente assurta al privato: è la crisi, se non della Chiesa che è eterna, della maggioranza di questa Ecclesia attuale quasi culturalmente onusiana e massone, oltre che falsamente ecumenica. Se c’era una identità centrale e affascinante nel movimento, per esempio, di Comunione e Liberazione condotta da don Giussani e da tutta la sua religiosità tutta carismatica, essa era che Cristo è sempre al centro di Tutto. Compresa soprattutto la politica, che si occupa del bene comune. E che Paolo VI, arcivescovo ambrosiano di Milano, aveva definito, in quanto poi papa, “la più alta delle Carità”. Che ci si ricordi di quando il nostro fondatore rimproverava i suoi universitari di non aver preparato, per il mattino presto, i tazebau davanti all’entrata degli atenei, in quanto è un dovere di ogni fedele di dare su ogni caso o avvenimento un giudizio sempre ben cattolico: unico e indispensabile per testimoniare pubblicamente la propria fede. La scelta politica mai era vista – alla epoca di Giussani e nel suo movimento – insignificante, sebbene ben distinta e ben dominata da tutta la dimensione trascendente cattolica. Naturalmente, tra la politica (sebbene importante) e la vita ecclesiale, la priorità era sempre attribuita, in modo antistatalista, dal nostro Gius all’eterna escatologia, va da sé, della Chiesa vivente. Per questo, non aveva esitato a schierarsi – sciolta la ormai politicista, nichilista e laicista Democrazia Cristiana italiana – perfino con… Berlusconi e con il suo partito almeno anticomunista.

Senza un partito, anche molto minoritario, ispirato scrupolosamente (!) alla Dottrina cattolica e che rispetta veramente i “Principi non negoziabili”, il cattolico non deve neppure andare a votare!
Il dibattito tra i cattolici impegnati sfiora oggi il ridicolo: si parla solo di comunione e dell’unità ecclesiale malgrado si voti acriticamente e senza una ragione cattolica per partiti alquanto nichilisti, relativisti e laicisti: l’unità coniugale, dunque, con l’amante sessuale (in politica) in sovrappiù ufficializzato e legittimato. Alla maniera del gesuita tedesco eretico Rahner, molto popolare ideologicamente sebbene quasi in anonimato personale. Pubblicando per decenni le sue assurde teorie anticattoliche pietosamente teologiche e spergiure, conduceva una relazione anche pubblica con una amante, la sua amante concubina tedesca: lui ordinato sacerdote. Preludio questo allo sfacelo sessuale nella Chiesa attuale!
E allora per chi votare? La vera domanda che ogni cattolico dovrebbe porsi e che invece non ci si pone quasi mai, è: “Cosa dice la DSC (Dottrina Sociale della Chiesa) a proposito delle elezioni?”. Innanzitutto e fondamentalmente, essa afferma una cosa molto semplice e illuminante: “Se in un mercato politico della competizione elettorale non c’è un partito che si ispira scrupolosamente alla DSC e ai “Principi non negoziabili”, non solamente non bisogna votare per uno dei partiti più o meno nichilista o laicista (anche se lo sono parzialmente), ma non bisogna nemmeno andare a votare”!
Perché? In quanto l’esigenza più importante e più urgente, nei nostri giorni, è di costituire questo tipo di partito perfettamente coerente con il cattolicesimo e gli uomini razionali, purché non siano evidentemente razionalisti. In quanto questi, grazie alla naturalità intrinseca del cattolicesimo, non potrebbero mai trovare una migliore scelta politica.
Ma c’è pure un’altra ragione ancora più strutturale e originalmente veritativa. L’esistenza di un partito detto “identitario” è indispensabile per una epoca di confusione ideologica e culturale acuta come la nostra (i disastri della “dittatura del relativismo”!). La cosa vale anche per i partiti veramente avaloriali che devono essere messi di fronte ad un partito laico e dialogico, almeno referenziale con totale rigore cristiano. In attesa che questo partito possa crescere quantitativamente – dopo essere stato naturalmente fondato in ogni Paese almeno europeo – e trovare pure il suo posto ideale nella gestione attiva del potere, sempre in libertà. Come è avvenuto già in Italia con l’ancora minuscolo partito molto rigoroso: il Popolo della Famiglia, che molto difficilmente supererà – è il meno che si possa dire – lo sbarramento del 4% europeo.

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