L’antistatalimo salvifico di Chesterton veniva soprattutto dall’amico Belloc. I veri detentori del potere statalista, visibile sebbene “incomprensibile”, dei cinici emettori di moneta. La libertà è garantita solamente dalla fede vivente e dalla cultura cattolica.

Mi si riprovera talvolta d’insistere troppo sullo statalismo come cancro principale e più grave, nelle mie analisi su questo blog. Riflettendo e ricercando sull’argomento, ho scoperto due aspetti della cosa che hanno anche, diciamo, peggiorato la mia posizione. Innanzitutto, ho dovuto prendere atto ancora che spesso si producono ingiustizie nella storia spirituale e culturale: apparenti o vere ingiustizie nel nostro mondo imperfetto; et, in secondo luogo, che particolarmente su questo problema così cruciale come lo statalismo, già grandi, grandissimi personaggi incomparabili con la mia piccolezza evidente e ben prima di me, si sono trovati in situazioni più drammatiche ed emblematiche, nonostante l’apparente analogia circonstanziale molto simile.
A parte il caso nemmeno concepibile nel possibile accostamento con il Vangelo dove – per la prima volta nella storia – la questione della laicità e dello statalismo venivano posti autenticamente da Gesù stesso, con la questione delle due attribuzioni (a Cesare e a Dio), ne ho incontrato un altro molto più vicino (se così posso dire) che testimonia in ogni caso la perennità della storica faccenda.

Si tratta dell’amico discreto ma determinante nella vita di Chesterton, Hilaire Belloc, dotato di un talento poliedrico supremo, secondo il modello della fatidica sapienza globale dei cattolici.
Il suo carisma di amico-maestro ha avuto una importanza preponderante nella conversione al cattolicesimo di Chesterton, considerato il più grande uomo di cultura britannica del ventesimo secolo! Malgrado che, anche sul piano politico, l’infuenza di Belloc sull’amico più giovane di appena quattro anni sia stata indiscutibile (con, per esempio, la pubblicazione già nel 1912 del suo libro faro, Lo Stato servile), sembra proprio che il suo valore, soprattutto in paragone con l’immensa reputazione di Gilbert Keith Chesterton, non abbia ricevuto la ricoscenza meritata. In effetti, è piuttosto a  Chesterton che si attribuisce la paternità della supremazia dell’idea globale di statalismo su quella originaria invece laica e cristiana, millenaria del resto, che ha costruito la superiorità assoluta della civiltà occidentale su tutto il pianeta. In sovrappiù, oltre al suo libro fondatore, Belloc aveva avuto anche una esperienza diretta in politica, essendo stato eletto per due legislazioni in parlamento a Londra.

Così, malgrado i miei critici occasionali, rimango dell’avviso che lo statalismo costituisca la radice delle catastrofi, prima di tutto spirituali e culturali, della nostra era. E poi economiche, ma solamente in modo conseguente. Ciò che ha determinato l’attuale crisi economica internazionale, dalla quale non si giunge ad uscirne malgrado gli annunci reiterati degli specialisti e politici che praticano tutti i mesi da una decina d’anni, è il cambiamento radicale della concezione dello Stato dal Rinascimento. E, particolarmente, dalla fine del seicento – soprattutto e cominciando dall’Inghilterra – dove la visione della vita  ha cominciato la sua decristianizzazione strutturata. E dove essa è stata concepita totalmente autonoma da quella religiosa o metafisica.
Il razionalismo ideologico (non la ragione razionale) ha così deciso che il “principio di realtà” poteva scaturire da un atto del pensiero intellettualistico e soggettivo e non come prodotto dalle leggi naturali e delle rivelazioni globali religiose. Da cui la strutturazione dello Stato come “vitello d’oro”, come idolo supremo moderno, e pure modernista, al quale attribuire ogni supremazia sull’uomo: lo statalismo contro la Persona!

Il duo amichevole che Bernard Shaw aveva soprannominato, grazie alla sua identità, “chesterbelloc”, definiva già, un centinaio di anni fa, quello che oggi viene chiamato statalismo, con l’ppellazione corrente che Belloc aveva attribuito nel suo libro suddetto e più tardi nella sua teoria descrittiva completa detta del “Distributivismo”. La genialità dell’analisi dei due amici cattolici consisteva nella perfetta  assimilazione dello statalismo socialista con quello meno evidente liberale, in effetti ben più moderato. In realtà questa idea originale d’equivalenza di fondo veniva da Belloc e doveva essere sviluppata e approfondita da Chesterton fino alle conseguenze che oggigiorno appaiono storicamente evidenti. In effetti, malgrado che le ideologie idealizzano la parola “libertà”, lo Stato e i suoi politici non fanno altro che sottomettere all’idolo del potere finanziario (il vitello d’oro) che tutto sottomette al monopolio detto della moneta. Così Chesterton e Belloc, con il loro antistatalismo irriducibile, proponevano un cristianesimo che doveva sempre dotarsi di una cultura adequata, totalmente non subordinata al mondo.

Il grande successo del distributivismo del duo cattolico “chesterbelloc” ha in ogni caso resistito a dispetto del suo carattere sconosciuto al grande pubblico, alla maggioranza dei fedeli ed anche alla maggior parte dei prelati della Chiesa cattolica. Solo tutta la cultura economica veramente cristiana, considerata ancora oggi ben misteriosa e negletta, è analizzata dall’incomparabile ricchezza della Dottrina Sociale della Chiesa. Questa è impregnata da parte di questa idea di libertà mai riducibile ai tentativi di mediazione politica. La sottomissione da siffatta ideologia, di tutti i partiti politici e dei politicanti, anche quelli più acuti, al grande sconosciuto principio sedicente “ordinatore”, comunque accessibile e apparentemente visibile, permette da qualche secolo alle vere oligarchie di questo mondo di emettere la moneta. Dunque di dominare – con lo Stato eternamente debitore – ogni classe sociale! Tutte salvo, in modo parziale, quelle dei politici e dei magistrati che ne sono sempre al servizio diretto, ma ne amministrano il pur sempre indispensabile consenso.
La lotta che viene chiamata politica, in effetti, altro non è che quella prodotta dalla logorrea oceanica, diventata incomprensibile pure agli stessi che la generano: il cui scopo, del resto, non è mai di trasformare  il sistema rovinoso e irresponsabile di cui parlano. Queste due principali categorie in ogni caso subalterne, grazie alle loro funzioni importanti di sostegno nella perennità a siffatto sistema radicalmente devastatore, ricevono privilegi certi anche se limitati che li rendono sempre più immorali per i loro posti, va da sé, molto desiderati.

La ricomposizione del lavoro con il suo intrinseco capitale è uno dei tre obiettivi fondamentali del distributivismo per sotrarre al potere questa fatale subordinazione dell’uomo all’astrazine della sua schiavitù, compresa quella del pensiero unico. L’altro, il secondo, è il rifiuto costante della partitocrazia come strumento principe del consenso allo statalismo (non è da sottovalutare il fatto prioritario di ristabilire la sussidiarietà, principio di antistatalismo per antonomasia). Ed il terzo, non per caso il principale in quanto il più sintetico punto del suo programma: la difesa e la messa al centro della Famiglia (fondata naturalmente a partire da un uomo e una donna).
Dopo un secolo, dopo millenni e sempiternamente, è pur sempre la Famiglia il perno sul quale gira strutturalmente l’antistatalismo. Non saranno certo Gianfranco Amato e Mario Adinolfi, i leader massimi del pur sempre necessario partito, Popolo della Famiglia, a contestare queste tre risoluzioni.

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