Lettera aperta a Comunione e Liberazione. Una critica radicale, quindi amorosa, ai movimenti cattolici intimisti, psicologisti e spiritualisti. Soprattutto al movimento cui appartengo, Comunione e Liberazione. Documento completo. Bruxelles, 29 agosto 2015

Una critica radicale, quindi amorosa,
ai movimenti cattolici
intimisti, psicologisti e spiritualisti.
Soprattutto al movimento a cui appartengo,
Comunione e Liberazione.

“Oh, Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza”

Iscrizione sulla tomba di Mons. Luigi Giussani

al Monumentale di Milano continuamente visitata e fiorita

Bruxelles, 29 agosto 2015

Sommario

Premessa introduttiva
Una radicalità, anche stilistica, nella ricerca della Verità misercordiosa

1 – Il sottoporsi all’Autorità – principio primo del cattolicesimo – non può scaturire efficacemente che dal porsi univoco dell’Autorità stessa

2 – Comunione e Liberazione, movimento giovanile non adulto, ora alquanto senilizzante anche sul piano politico: fatalmente!

3 – Una concezione religiosa di tipo esclusivamente personale e intimista, dunque spiritualista. La falsa contrapposizione col carisma che porta pure alla mediocrità e allo statalismo

4 – Qual è il paradigma comportamentale dell’intimista spiritualista anche più serio e impegnato?

5 – Una cultualizzazione financo mitologica della parola introspettiva: la Scuola di Comunità assurta a esercizio di sostanziale e raffinato psicologismo

6 – Una certa ma sicura marginalizzazione della sacramentalità eucaristica e della preghiera dalla sua centralità comunitaria

7 – Allontanamento e rifiuto radicale delle tematiche costitutive della realtà: banalizzazione della dimensione economica e perifericità insignificante dell’individualismo intimista

8 – Sottovalutazione sistematica della testimonianza sociale e pubblica con assimilazione della relazionalità esistenziale a quella individuale, anche individualistica

9 – Clericalismo comportamentale pedissequo come ricerca, di fatto, di opportunismo intellettualistico e individualistico, arbitrario nel formalismo asociale

10 – Sparizione della missionarietà caritativa comunitaria a vantaggio di una supposta testimonianza coatta personale (dove ci si trovi): nel Buonismo e non nel Bene. Il “sopra” della politica

11 – La deviazione culturale più grave di CL: l’apparente abbandono della critica economica che invece costituisce il più universale dei valori seppur, apparentemente, solo terreno e umano

12 – Il cristiano oggi, e per un molto lungo periodo, deve lavorare anche per aumentare l’attrattiva verso la cultura del lavoro, grave handicap storico pure della Chiesa, malgrado la sua Dottrina Sociale

13 – Il carisma dell’imprenditore e dell’intraprenditore, massimi negletti nella pastorale perfino ciellina da almeno un decennio: il carisma vocazionale individuale e quello categoriale nella produzione

14 – La libertà, la coscienza e la necessità hegelliana: l’imprenditore cristiano come sintesi del paradigma morale e come prototipo del possibile modello educativo generale. Il limite da subire o da superare

15 – Il timore reverenziale e autolaicista di certo mondo cattolico nei confronti dell’estromissione dei cristiani dalla realtà politica. È la stessa paura, in fondo, che viene coltivata nei confronti del molto mondano e mistificato “conflitto d’interessi”

16 – Perché il mondo cattolico non assume su di sé la missione, almeno dal punto di vista culturale, di ridurre fino a eliminare il totalitarismo dello Stato sull’IO della Persona, massimo crimine dell’irreligiosità, cominciando anche dai 5 e 8 per mille?

17 – La Chiesa oggi, i suoi movimenti e CL: dove va il mondo? Tutto dipende dalla libertà dell’uomo e dalla sua “dura cervice”. Le tendenze nel mio movimento tra fideismo e migliorismo, sempre statalista

Conclusioni imploranti
– L’abituale spocchia anticristiana dei vecchi movimenti cattolici contro anche la dialogicità di ricerca e di unità ecclesiale
– I temi di attualità (scottanti) in Comunione e Liberazione e al Meeting? Purché fuori dalla ribalta. Altrimenti censura!
– La Grazia per un arcivescovo ambrosiano, tradizionalmente cristocentrico, grande teologo e autenticamente giussaniano

Premessa introduttiva

Una radicalità, anche stilistica, nella ricerca della Verità misericordiosa
Lo scopo di questo documento è cercare di ricuperare alla ragionevolezza almeno una parte di quei movimenti e di quei cattolici che, soprattutto negli ultimi tempi, hanno perso, mi pare, la bussola del loro incedere.
Soprattutto, però, si tratta del movimento Comunione e Liberazione che più amo e a cui appartengo, fondato e guidato per più di mezzo secolo dal servo di Dio, Luigi Giussani, in via di canonizzazione.
Sono membro della Fraternità di CL; sono iscritto, in quanto piccolo imprenditore con agenzie di servizi multilingui su quattro continenti, alla CdO fondata anch’essa da don Giussani; sostengo con la mia famiglia sei bambini e adolescenti “a distanza” dell’associazione missionaria ormai mondiale del mio movimento (due sostenuti in Birmania, due nel Burundi e due in Brasile). Sono poi membro e sostenitore della nuova associazione Nonni2.0 la quale difende strenuamente contro il Gender e, particolarmente, per la famiglia e l’educazione libera nell’insegnamento ai nipoti. Ero già membro attivo da giovane al Raggio Comasina di Giovani Lavoratori in un quartiere periferico a nord di Milano, dal 1962. GL era fratellino di Gioventù Studentesca creata da don Giussani. Erano gli anni in cui andavamo anche in Bassa, la domenica pomeriggio per la caritativa un paio di volte al mese, e assistevamo a più messe eucaristiche settimanali tra cui almeno due comunitarie. Pagavamo “decime” relativamente sostanzionse al movimento per sostenere, fra l’altro, la nostra missione in Brasile, dove nostri amici di GS e GL, i due movimenti giussaniani del tempo, venivano mandati dal Gius, allora ancora giovane adulto in pieno lavoro nella costruzione della comunità del Dio vivente.

Vedere oggi il nostro movimento trasformato in alquanto “spiritualista” e statalista mi arrovella il cuore: mai avrei immaginato che CL sarebbe stata anche accusata apertamente di spiritualismo intimistico e “autolaicista”.
Il colmo è avvenuto in occasione dell’evento nazionale del 20 giugno scorso allorquando la direzione di CL ha annunciato che non avrebbe partecipato alla “inopportuna” manifestazione a Roma, sebbene lasciasse ”liberi” chi lo volesse fra i suoi membri di poterci andare.
Naturalmente, con altri membri di Nonni2.0  www.nonniduepuntozero.eu, sono andato all’evento divenuto, in realtà, una grandissima manifestazione oltretutto molto efficace, sia sul piano politico che ecclesiale.
Tutto lasciava pensare che l’importanza dell’avvenimento (l’educazione a scuola, soprattutto dei bambini!) e la sua urgenza (l’iter in parlamento di varie leggi liberticide LGBT e derivate dal Gender, in breve attesa di approvazione per prima delle ferie) avrebbe fatto mobilitare massicciamente tutto il corpo ciellino per farlo  partecipare alla testa, naturalmente non meno che alla testa, dell’evento: CL movimento cattolico educativo!

C’erano stati molti altri avvenimenti che avevano forse anticipato questa svolta asociale: uno tra questi, molto significativo segnalato con un aggettivo da Papa Francesco stesso nel suo discorso di accoglienza il 7 marzo 2015 a tutto il movimento convenuto in piazza San Pietro a Roma. Egli aveva definito, senza troppo esitare, CL come “autoreferenziale”.
Questa, interpretata da molti ciellini come una vera “batosta” da parte del Papa (ce ne sono pure stati degli  scritti e commenti largamente diffusi) era stata ed è ancora trasformata clericalmente in “carezza” dalla direzione del movimento. Così gravemente accusata, senza che l’aggettivo riprobatorio petrino avesse alcuna conseguenza coerente nella conduzione successiva del movimento, tutto procede come se nulla fosse avvenuto. La prova: ai consueti Esercizi spirituali di Rimini (c’ero) di quest’anno nel periodo pasquale, tutto si è svolto  – per esempio – senza alcun cambiamento rispetto all’abituale ultimo decennio.
Cosa fare?
Mi ero messo già da parecchio ad osservare altri movimenti cristiani ma, particolarmente, l’ho fatto per cercare di capire, con precisone, il perché e i perchè di tanta scandalosa scelleratezza pubblica. Ho potuto constatare analoghe ed anche peggiori reazioni, ormai divenute classiche, nei principali movimenti cattolici.
Ora io capisco che sotto un fuoco incrociato di tutti i poteri laicisti contemporanei, anche internazionali, da quasi tutti i media fino ai partiti politici che si sono trasformati in latori forsennati anche di molte proposte legislative inaccettabili tipo quella sul Gender, capisco che si rischi di essere tentati dal ritrarsi. Ma che si giunga a teorizzare e rinchiudersi nell’intimismo e nello stesso statalismo di norma, questo non lo capisco. Soprattutto per un movimento aperto che è stato determinante nella Chiesa e nella società da molti decenni come CL. Questa assurdità contro la tradizionale visione anche giussaniana della testimonianza pubblica, non solo dispiace ma appare assolutamente deviante.
Donde questo documento in cui mi prefiggo di analizzare quanto accaduto da anni malgrado le premesse culturali e religiose dell’educatore più aperto ed importante del secolo scorso su tutta la Terra.

Così, anche nel metodo, ho cercato di seguire quello giussaniano: fondamentalmente la critica del reale.

Senza con questo, parlare, dal punto di vista dell’intervento continuo ed estremamente efficace del diavolo, il quale sembra stia spadroneggiando, molto allegramente, nella nostra epoca.
La preghiera dei fedeli e l’intervento sempre risolutivo dello Spirito Santo che fa e farà molto di più, ne sono certo, su tutto e su tutti, sono già operativi visibilemente.
La “sfida” consiste nella radicalità, anche nello stile delle critiche, che però sono a priori attenuate da un desiderio di unità che spero traspaia da tutti i capitoletti e conclusioni seguenti.
Persino le critiche personalizzate vorrebbero, dovrebbero, essere riscritte allo scopo di sfuggire – anche marginalmente – all’ombra della mancanza di rispetto che ogni cristiano deve al proprio confratello.
E questo, anche, se è la Verità, la ricerca costante della Verità, che ci deve sempre e solo guidare.

1 – Il sottoporsi all’Autorità – principio primo del cattolicesimo – non può scaturire efficacemente che dal porsi univoco da parte dell’Autorità stessa

Il nostro mondo mostra tutta la sua stoltezza allorquando si fa beffe dell’obbedienza critica dei cattolici.
Noi viviamo in un universo in cui la regola più diffusa è ribellarsi: “ribellarsi è giusto” veniva detto nel ’68. Oppure si cianciava: “L’obbedienza non è più una virtù”. La dissennatezza dell’uomo contemporaneo sembra aver dimenticato che tutta la grande e insuperata civiltà occidentale era iniziata allorquando l’uomo – il popolo ebreo prescelto da Dio – aveva assunto il concetto di “unum”, vale a dire il monoteismo. Nulla ha potuto resistere alla civiltà detta occidentale fondata sull’unità irriducibile e trascendente dell’Essere stesso e della Vita.
La disobbedienza sedicente come virtù coincide con l’attuale ribellione generalizzata al Dio unico in cui il movimento detto sessantottino, ora generalizzato e dominante senza dirselo, ha sviluppato il nichilismo già molto modernista della nostra era.
L’obbedienza all’Autorità cattolica è tutt’uno invece con il concetto di unità indivisibile dell’esistenza e dello spirito. Che ci si ponga dal lato del sottoporsi o da quello del porsi, le premesse e il risultato sono identici. L’obbedienza costituisce la cosa più saggia che la persona possa seguire. Il più grande rivoluzionario del ventesimo secolo, Luigi Giussani, vale a dire il massimo educatore ben riconosciuto al mondo, è passato come il più grande obbediente alla sua gerarchia ecclesiastica. E questo malgrado abbia sfiorato continuamente – senza però mai cadere nel ribellismo – quasi tutte le norme ecclesiali che con il suo movimento di CL ha rivoluzionato radicalmente!
San Francesco, patrono d’Europa, ha fatto la stessa cosa in tutta la sua vita cristiana: è nell’obbedienza piena che si situa l’”unum” ontologico della vita che la Chiesa ha sempre insegnato.
Abitualmente però si parla sempre della pecoresca obbedienza. Mai o quasi della sua profonda corrispondenza ontologica e dell’autorevolezza dell’Autorità che deve richiederla. I grandi obbedienti della storia, invece, sono stati i più grandi innovatori in quanto, con il loro irriducibile atteggiamento di libera sottomissione, hanno sempre indotto l’altrettanto posizionamento ancor più rigorosamente obbediente delle Autorità.
Obbediente a cosa e a chi? Alle leggi naturali e a Dio con la Sua Rivelazione!
L’obbedienza critica, molto critica, infatti, è la legge universale che regola il rapporto intrinseco col Senso cosmico.

È dunque il porsi univoco e preciso da parte dell’Autorità a produrre l’obbligo all’obbedienza: per il semplice fatto che il suo porsi costituisce l’estrema obbedienza, nella libertà, alle leggi indiscutibili e non relativistiche della vita.
La vera Autorità ha sempre in bocca il grosso boccone del suo solo verbo iniziale: “Non possumus”, non possiamo!
Non è l’arbitrio soggettivo di chi comanda ma la sottomissione dello stesso obbediente che la fa Autorità.
È per questo che i grandi santi, con la loro sottomissione dichiarata e vissuta, son riusciti ad ottenere scelte indispensabili ed impensabili. Come quella di Innocenzo III, “costretto” se così si può dire, a benedire i frati di Assisi alquanto puzzolenti (a parere dei profumatissimi cardinali del tempo in Vaticano, anche corrotti).
I fraticelli erano invece grandiosi e rivoluzionari nella loro fede obbedientemente stupefacente. Vale a dire nella loro obbedienza attiva e molto liberamente critica.
Santa Caterina da Siena, come don Giussani e moltissimi altri, fece scaturire dalla sua gigantesca fede una forza d’obbedienza a cui anche i più dissoluti prelati del suo tempo non seppero resistere.
Monsignor Luigi Negri, grande vescovo “ciellino” storico, in una intervista appena rilasciata in luglio, ha ancora riaffermato che “senza obbedienza non esiste Chiesa”.  Il riferimento era forse anche all’attuale Autorità di CL che, riguardo alla direttiva di recarsi alla manifestazione di Roma del 20 giugno scorso ha risposto di no e, allo stesso tempo, con un sì. Quindi, il famoso “sì, sì no, no” evangelico è diventato “sì, sì e no, no”.

Cosa deve fare il fedele in queste condizioni? Partecipare alla manifestazione o starsene a casa?
In entrambi i casi, è obbligato a sottoporsi in modo apparentemente individualistico. È quello che è successo!
Ecco così introdotto nella Chiesa il principio di divisione, oggi chiamato cattoprotestante.
Epperò, questa deriva, sostanzialmente permissiva e censoria allo stesso tempo di certi movimenti cattolici (la manifestazione era piena di parrocchie mentre l’Azione Cattolica aveva deciso di non partecipare), contro cui don Giussani ha sempre lottato, striscia o cavalca da molti anni.
Ora apertamente anche in CL : il movimento giussaniano per antonomasia si sta trasformando in una qualsiasi e pia Azione Cattolica, da molti decenni, quest’ultima, superficiale e pochissimo significante. Perfino in CL e in qualche casa dei suoi Memores Domini serpeggia così il soggettivismo reattivo e individualistico antiecclesiale (progressivamente diventato anche norma pratica).
“Tu vai a manifestare con le Sentinelle in Piedi? Io e i miei amici ciellini del mio gruppo (e moltissimi altri) no!”. Il quieto vivere valoriale individualistico, parcellizzato e relativista proprio dell’Azione Cattolica degli anni ’50-’60, ridiventa così costume.

Si potrà dire che è lo spirito della mondanità che agisce diabolicamente nella vita. Ma questo lo si sa almeno da quando Gesù stesso si è scagliato, non solo pacificamente e non solo esclusivamente, contro i farisei: la Terra – è noto – è il topos della lotta tra il Bene e il male, il molto banale male.
Da cui l’Incarnazione e la Redenzione. Il problema centrale della vita di Cristo era di essere totalmente obbediente e in perfetta unità, costi quel che costi, col Padre: il nocciolo duro del mistero trinitario.

E qui, sulla questione cruciale dell’Autorità, non si tratta solo della responsabilità cosiddetta personale (va da sé che sempre tutto è e diventa personale, ovviamente) come CL non finisce di ripetere a proposito delle opere (tra cui le aziende e le attività politiche). Qui è implicata, senza possibilità di dubbio, la concezione unitaria e fondante dell’esistenza stessa. Soprattutto in un mondo (il nostro) dove tutto tende a diventare individualisticamente (per utilizzare una categoria sociologistica) “piccolo borghese”, nemmeno borghese. La cultura borghese (rara in Italia) quella della quasi sempre consueta disciplinata, propria della grande borghesia responsabile. I piccolo borghesi, si sa, passano in massa dall’adolescenza alla loro età fatalmente senile e culturalmente riduttiva oltreché abbrutita (anche a trent’anni) senza passare per la maturità della loro fase adulta.
I movimenti ecclesiali sono pieni di piccolo borghesi beoti e largamente soddisfatti della loro cultura. Anche CL.

2 – Comunione e Liberazione: movimento giovanile non adulto, ora alquanto senilizzante anche sul piano politico: fatalmente!
Leggendo e rileggendo i due documenti delle ultime Scuole di Comunità centrali del 20 maggio e del 17 giugno 2015, ma non solo, con tutti gli altri degli ultimi anni, degli Esercizi, i loro tagli interpretativi suggeriti, le pubblicazioni degli articoli su Tracce, gli incontri fatti, le relazioni seguite… ho avuto proprio l’impressione sintetizzata di un movimento più adatto ai miei figli che a me e mia moglie. E non è certo l’impostazione per caratterizzarlo come educativo a renderlo giovanile: ci si educa, ci si deve educare, fino all’ultimo respiro… Si perviene ad essere adulti allorquando tra sé e l’Infinito non c’è più, non solo fattualmente, né il proprio papà né la propria mamma: quando si lavora, ci si sposa, si hanno figli, quando cioè si è veramente e ovviamente usciti dalla fase preparatoria e inizialmente (ri)educativa: dalle strutture di Gioventù Studentesca, per esempio.
Siccome la complessità del mondo contemporaneo fa sì che l’adolescenza educativa si prolunghi molto oltre che nel passato, il processo deve pur passare, ad un certo punto e comunque, allo stadio veramente adulto, economicamente e spiritualmente autonomo. Che poi questa nuova fase duri tutta la vita, sia ancora piena di tappe e scali, non toglie la discontinuità che sempre deve starci e deve essere almeno sottolineata – soprattutto da un movimento ecclesiale necessariamente educativo – e deve ben distinguere adolescenti, giovani, da giovani adulti, maturi e vecchi (anche nonni e bisnonni).
Siccome partecipo anche alla Compagnia delle Opere che è quasi completamente separata, se non realmente ignaramente “divorziata” da CL (almeno per la gran massa dei ciellini), vedo che non ci si incontra, mai e poi mai, nella vita del movimento con la dimensione veramente e variamente adulta. Questa può essere solo caratterizzata  dalla presenza determinante e direttiva dell’esplicita imprenditorialità (soprattutto) economica: la vita altro non è che una  grande o – molto più spesso (quasi sempre) – “piccola impresa”, il cui scopo è aggiungere valore all’esistente, al Creato. Più che la presenza di imprenditori nella direzione dei movimenti – non sono mai stati (non siamo mai stati) dei veri velocisti del pensiero! –, è invece indispensabile la presenza continua dell’imprenditorialità, quella che sola riesce a strappare dalla subordinazione intrinseca (spesso ribellistica) tutti i lavoratori. Questo, e già solo questo fatto mancante, produce un movimento eternamente “giovanile”. Condotto in CL perdipiù da una maggioranza culturale di insegnanti e professorini che concepiscono molto facilmente la parola, fatalmente, da un punto di vista estetico e/o speculativo: troppo professionalmente agili!
E, soprattutto pochissimo identificati cogli altri lavoratori non funzionari ma produttori di reale ricchezza, con quasi tre mesi in meno all’anno di ferie e un numero di ore lavorative imparagonabili!
L’imprenditorialità, poi, non è solo economica ma anche e soprattutto religiosa. Don Giussani era un massimo imprenditore in quanto votato vocazionalmente ad una progettualità, perdipiù, sicuramente anche trascendente e globale.
In “Aut aut”, il famosissimo saggio del protestante danese Kierkegaard sulle fasi esistenziali (giovinezza, età adulta e ultima, quella detta “religiosa” della vecchiaia nella contemplatività), l’adulto è definito come “etico” e non soltanto (quando non in opposizione) come “estetico”, aggettivo quest’ultimo emblematico dell’adolescenza.
E l’etico, soprattutto rispetto all’intrinseco mondo sociale di appartenenza, implica il situarsi globale e completo rispetto all’orizzontalità, nella dimensione pubblica e sociale… Ed economica! Risulta così evidente – come tratterò nel prossimo capitoletto – che la scelta intimistica e spiritualista non può per niente favorire l’estrinsecarsi della fase, la lunghissima e vitale fase adulta. Perdipiù l’etico – proprio dell’adulto – è sinonimo di morale pubblica, di giustizia e di verità sociale, nodo centrale confluente di ogni processo educativo.
Del resto, come si fa a proporsi come movimento educativo e adulto quando, per esempio, non si dispone di alcuna analisi esplicita (nessuna!) sui tre cardini economici delle nostre società dette opulente: denatalità, debiti pubblici e funzionariato statale molto largamente pleonastico (e fatalmente corrotto, in sovrappiù)?

Le tre analisi relative, elaborate da tre grandi e inascoltati specialisti sono anche a disposizione di tutti.

Innanzitutto la denatalità: Ettore Gotti Tedeschi, ex ministro della finanze del Vaticano (lo IOR), sostiene da anni  giustamente che l’unica  vera causa della crisi economica è la gravissima denatalità dagli anni ’60 (da due generazioni!) la quale, molto semplicemente, ha fatto crollare la domanda economica interna dell’Occidente. Causa antropologico-culturale e conseguenza, effetto economico numero uno con un miliardo e mezzo di non nati. Poi, sempre per permettere alle masse abbrutite e edoniste (senza peraltro che neanche ne siano coscienti) di continuare a reificarsi, gli Stati statalisti e corruttori occidentali hanno prodotto, elettoralmente, debiti pubblici che mai hanno rimborsato e mai rimborseranno nel ladrocinio perfettamente immorale verso le generazioni seguenti. Raffaello Vignali, deputato ex presidente della CdO pure lui inascoltato, ha calcolato il costo degli interessi di cotanta devastazione – quello da pagare tutto cash ogni anno – ormai di 90 miliardi di euro (!), cioè circa venticinque volte l’”investimento” dello Stato così dissestato a favore del “lavoro dei giovani” disoccupati per metà, e per non si sa quant’altra percentuale precarizzata… Ritornerò naturalmente su questo doppio tema economico cruciale e inaggirabile per qualsiasi serio aspirante educatore: prima di poter fare scelte politiche (per esempio rilanciare l’impegno in politica così come è stato fatto col Quartino sulla politica in maggio da CL), bisogna disporre di una precisa visione culturale ed economica sulla realtà politica nazionale e internazionale. La giustizia sociale non è una opzione soggettivamente marginale. Soprattutto per un cristiano.
Il terzo tema è ancora forse più illuminante anche se solo conseguenziale: esso è costituito dal licenziamento ritenuto indispensabilmente immediato dei primi  750.000 statali (provinciali e comunali) in eccedenza in Italia da decenni. È Edward Luttwak, un economista e politologo americano molto presente anche intellettualmente nel nostro paese e esperto sul piano internazionale, ad affermarlo. Nessuno ne vuol parlare. Come nessuno parla dei  490.000 statali inglesi realmente licenziati da Cameron appena arrivato al potere…
Non si può parlare di movimento adulto se non si è nemmeno coscienti o consapevoli di queste tre realtà economiche così basilari e determinanti per la vita degli uomini del mondo detto occidentale.

Citerò qui anche un altro problema ben esemplificativo e corollario di questo giovanilismo culturale approssimativo dei movimenti cattolici in generale, ma anche di CL in modo particolare e pertinente.
Un ciellino molto noto per le sue “disavventure persecutorie” da parte della più totalitaria, antidemocratica e irresponsabile magistratura europea (fino ad una lunga detenzione ingiusta, per cui Luigi Amicone, direttore del giussaniano Tempi, è anche andato ad accoglierlo all’uscita dal carcere), questo ciellino di cognome Simone ne ha detta un’altra emblematica. Ne parlo qui, per indicare – oltre alle tre analisi mancanti da subordinati (quindi non adulti!) sopraddetti – una stortura costosissima e precorruttiva di cui il suddetto ciellino ritenuto, anche a giusto titolo doc, si era reso esplicitamente responsabile, nella sua mancanza sostanziale di cultura cristiana del lavoro. Oh, niente di illegale! Ma sul piano morale… Ebbene, il racconto dell’ingiustamente carcerato verteva sulla sua “remunerazione” del 3% sulle abituali commesse pubbliche di centinaia di milioni di euro. In quanto anche piccolo imprenditore internazionale, conosco molto bene questa consueta e nascosta immoralità pubblica: la generalità dei funzionari statali di ogni paese europeo, malgrado l’incredibile e scandalosa eccedenza dei loro posti di cosiddetto lavoro, si serve in modo perfettamente illegittimo (se non illegale) di imprese sul mercato per concepire, organizzare e seguire la realizzazione delle prestazioni pubbliche: le specifiche competenze degli statali e funzionari pubblici!
La congrua remunerazione di cui parla il Simone è forse legittima per i suoi servizi (essa è pure nell’assurda e consueta “norma di mercato statalista”), ma è illegittima per il parassitismo reso complice dei funzionari (a partire dagli eurocrati fino ai piccoli assessori comunali) che praticamente non fanno nulla o quasi: lavuren no i fanigotton (non lavorano i nulla facenti), come dicono in Lombardia!
Perché allora parlo di movimenti giovanili, eternamente giovanili, e non di movimenti educativi adulti?
Quando si dà tutto ciò sopra accennato come scontato o indiscutibile senza neanche parlarne, non si può che “educarsi”, in deriva, alla senilità colpevole nell’accettazione dello statalismo ipostatizzato.
La religiosità in tutti questi tragici casi? Non può essere che spiritualista.

3 – Una concezione religiosa di tipo esclusivamente personale ed intimista, dunque spiritualista. La falsa contrapposizione col carisma che porta pure alla mediocrità e allo statalismo
Tutti gli interventi dei ciellini citati in corsivo nelle dette due Scuole di Comunità centrali di maggio e di giugno – tutti – sono trattati in termini individualisti ed intimisti!
Già che lo siano in queste due ultime Scuole, lascia molto perplessi. Ma se si collega questo costante riduzionismo con tutti gli altri simili di tutta la pubblicistica e la pratica del movimento, negli ultimi anni, non si può non concludere che si tratta di una movenza involutiva di ripiego assurdo in catacombe moderne scelte volontariamente.
Quando mai nella storia si è visto globalmente, e soprattutto si è preteso, un cristianesimo che vive la sua dimensione pubblica se non come riflesso secondario della sommatoria delle testimonanianze individuali o intime?
Certo che ogni solo pensiero non cristiano incide o ferisce rompendo, forse proporzionalmente, l’armonia cosmica del Piano di Dio. Quindi il richiamo continuamente proposto secondo cui ogni singolo atteggiamento o comportamento porta sempre con sé una dimensione pubblica non fa altro che sottolineare una lacuna opposta gigantesca: quella per cui esiste una testimonianza dichiaratamente e specificatamente pubblica. Anche per la singola persona (oltre che per la comunità di cui pure parlerò in questo documento).
Il privilegio di poter rileggere le osservazioni di don Carron uno o due mesi dopo, soprattutto quelle politiche, offre la possibilità di giudicarle facilmente all’evidenza dei fatti già avvenuti e comprovati. Così appaiono come totali granchi avventati le sue pseudo seriose affermazioni secondo cui tutte le manifestazioni realizzate in Spagna ad  altro non son servite che a produrre leggi più dure. Oppure che tanto le leggi Gender saranno comunque approvate…
A parte che sul piano politico, mai e poi mai si possono fare previsioni assodate o traslazioni di equivalenza nel tempo e nello spazio, c’è l’oceanico problema che i cristiani hanno sempre: quello della testimonianza!
Indipendentemente dal “successo” di una rivendicazione. Altrimenti, per esempio, dove lo mettiamo veramente il martirio di cui le nostre orribili notizie di persecuzione internazionale, fino ai tagliagole, sono piene nella nostra epoca?
E poi, anche sul piano del successo, le leggi Cirinnà e Scalfarotto, contro cui particolarmente è stata fatta la manifestazione nazionale a Roma, sono state rimandate. Grazie a cosa? Naturalmente grazie al grande successo della (anche per CL) “inopportuna” manifestazione!

Ma la contraddizione più importante è data dal fatto che un movimento di laici come CL non ha la vocazione di un monastero perdipiù di clausura. Questo peraltro è comunque in rapporto col mondo e può anche sostenere una manifestazione di piazza: il convento può essere chiuso ma è costantemente in rapporto col mondo e non è una monade.
Un movimento come CL ha piuttosto la vocazione di testimoniare e difendere il bisogno e la volontà legittimi del suo popolo e del popolo pure non cristiano. Anche in piazza o a partire dalla piazza. Senza temere, come monsignor Carron ha anche paventato, di disturbare “il dialogo”. E perché mai una dimostrazione (oltretutto bella ed efficace) dovrebbe essere un disturbo al dialogo? Quando mai?
Monsignor Giussani, per più di mezzo secolo non ha fatto altro, tra ben altre difficoltà create attivamente anche dalla stessa Chiesa e le sue molto retrograde e deviate organizzazioni.
Ci si avvia – o ci si è  già avviati – a una Comunione e Liberazione alla maniera dell’Azione Cattolica degli anni a cavallo tra il 1950 e 1960?
Ma cos’è , in fondo, lo spiritualismo?
Abbiamo  già visto che si tratta di un  riduzionismo ripetto alla globalità, all’universalismo e alla cattolicità, propri della visione cristiana della vita. Il cattolicesimo ha attratto gli uomini di tutta la Terra a qualsiasi latitudine per il prodigioso incontro incrociato, beninteso sulla Croce, dell’orizzontalità e della verticalità.

La visione globale del cristiano è, si sa, una sorta di umile e conclamata intimità che si coniuga felicemente con l’amplificatore della fiera Verità intrinsecamente desiderosa di comunicarsi a tutti i livelli.
D’altronde, ogni uomo lo vuole senza che manco si debba suggerirglielo. Il cristiano cristocentrico non ammette infatti alcun riduzionismo: né verticale di certi cattolicini settimini, paurosi e imbarazzati dalla “follia” di Cristo; né orizzontale, propria invece degli esseri strutturalmente infelici e dannati che non si riconoscono come creature create da un Creatore e che finiscono per credere totalitariamente nella miseria delle proprie conquiste quasi sempre cieche o orbe, e tecnoscientiste.
Ci sarebbe qui da sviluppare tutto un capitolo, almeno, sull’alterità che il rapporto autentico col proprio IO (già biblico) mette in gioco naturalmente nella libertà.
Come è possible educarsi a questo rapporto originario senza disporre di esistenze direttamente intercettate e intercettabili personalmente, ma pure pubblicamente esistenti? Il cristianesimo spiritualista non può che essere largamente handicappato e decurtato.

Ma la direzione di CL, contrariamente a una parte della sua ex direzione reale e storica (anche se ormai marginalizzata o esclusa), pensa a torto che ci si trovi invece in una fase storica in cui sia indispensabile un deciso ritorno alla “spirtualità” e, curiosamente, non carismatica. In pratica una accentuazione quasi esclusivistica e distorta del discorso sull’IO giussaniano. Il tutto anche a costo di un inquinamento col potere inevitabilmente statalista, soprattutto nella nostra epoca. Questa linea si è progressivamente affermata escludendo personalità indubbiamente giussaniane contrarie all’idea che ci possa essere anche l’ombra di una contraddizione tra il carisma e lo Spirito Santo operante. Si è infatti carisma pieno solo in quanto si riporta a Dio e non a se stessi: la grandezza di Giussani consisteva giust’appunto nella coscienza operativa, umile e continuamente reiterata, di questa verità.
La scelta attualmente contraria porta invece a l’esclusione del carisma che, peraltro, ognuno detiene.
E della sua marginalizzazione fino all’insignificanza della sua identificazione individualistica e culturalmente omologata alla massificazione.
L’apparente assenza o l’estrema carenza di carisma vocazionle (si giunge a vantarsi acriticamente anche di non avere più potere politico!) è divenuta così la caratteristica essenziale della nuova direzione ciellina. Essa non può che sprofondare sempre più in una mediocrità anche religiosamente burocratica ed estranea all’identità originale del DNA del movimento. Ma soprattutto del cristianesimo!
Così lo spiritualismo genericamente intimista e conformisticamente psicologista sta riconnotando da molti anni il movimento più coraggioso e personalizzato nella rifondazione religiosa della seconda metà del  ventesimo secolo.
Alla cecità dello spiritualismo riduttivo si aggiunge in tal modo la devastazione dello statalismo disperatamente dominante proprio del mondo diabolicamente nichilista e spersonalizzato dei nostri giorni.
Ho l’intenzione di parlarne ancora in questa documento.

4 – Qual è il paradigma comportamentale dell’intimista spiritualista anche più serio e impegnato?
Non parlerò in questo capitoletto dell’oceano di opportunisti tendenzialmente indifferenti all’orizzontalità già tutta sistemata o concepita come immutabile nella, tutto sommato, loro squallidina esistenza.
A questi innumerevoli cristiani tiepidini, il riduzionismo verso l’alto e il cosiddetto trascendente corrisponde esattamente alla separazione strutturale che essi attribuiscono, arbitrariamente e irreligiosamente, alla loro esistenza materiale rispetto a quella spirituale.
È vero, non ne parlerò esplicitamente, ma è inevitabile che la mia seppur piccola razionalità non intervenga, anche chiassosamente nel silenzio volontario del cuore, in un fatale borbottio in cui i fagioli bollono con le fatidiche ed inseparabili cotiche (superficiali altrettanto quanto la sempre e classica dura cervice).
Cercherò comunque di far prevalere la mia buona volontà da perfetto “buonista”, quale sono poco incline, rispetto ai troppi evidenti legami che associano, se così si può dire, l’intimismo asociale alla religiosità spiritualistica.
Dunque come funziona questo processo di sublimazione e di astrazione religiosa presso soprattutto i cristiani pure più speculativi e dotati di “cultura” anche teologica?

L’”homo religiosus” spiritualista ama soprattutto ripetere che la sua felicità è quella di essere salvato: impeccabile e giustissimo!
La creatura non può che essere continuamente ricreata dal Creatore che continua in eterno a rigenerarlo alla vita e alla sua  vocazione: ancora perfetto!
Non solo, la sua testimonianza nel mondo può solo essere a partire dalla sua redenzione, insistono di continuo gli spiritualisti: in quanto creatura fatalmente peccaminosa – essi affermano – deve innanzitutto essere redenta. Dunque è solo in questo suo stato completo di Grazia che la sua testimonianza può essere efficacemente esercitata: qui però è eresia!
Anche il prete in peccato mortale può validamente celebrare l’Eucaristia. Del resto, tutti gli uomini sono  intrinsecamente peccatori: la testimonianza non sarebbe, in questo senso spiritualista, dunque mai possibile.
Ma il grande spiritualista intimista adduce anche un altro argomento di estremizzazione proprio ad una falsificazione della sequela, dell’imitazione di Cristo. Egli vorrebbe essere utopisticamente senza peccato, come Gesù. E qui la sua legittima volontà cristiana quasi raggiunge gli insensati vertici della superbia dei nichilisti che, esplicitamente, vogliono sostituire Dio con la loro minuscola, anche se apparentemente grandiosa e sempre provvisoria tecnoscienza.
Egli vuole anche avere il Suo “sguardo”. Quantomeno quello che si immagina essere lo “Sguardo di Carità” e misericordioso oltreché trasfigurato di Cristo, quello che conquistava le folle e sconvolgeva gli uomini nella loro esistenza.
Negli ultimi anni, questo sullo “Sguardo” è diventato un Leitmotif nei titoli degli incontri religiosi e dei documenti di catechesi.
Quale accezione attribuire a questa parola “sguardo”? Forse quella di analisi dell’osservazione? Di “theoros”, di cui parlava don Giussani, di descrizione della realtà?
Certamente non è questo il significato generalmente attribuito. Mai l’ho trovato in questo senso, in relazione con la ricerca di rapporto con la realtà. Invece sempre ho presente lo “sguardo” soggettivo pieno di “pregnanza redenta”. Questa avrebbe la pretesa di giungere a “folgorare spiritualmente” gli interlocutori sulla supposta interrogazione riguardo all’origine silenziosa e divina di cotanta Grazia “santificante”.
Su questa interpretazione evidentemente parecchio millantata o quantomeno senza pudore, si sono formulati innumerevoli casi di mitologie automiracolistiche, anche da parte di attempati e colti cristiani, certamente non particolarmente psicolabili… Perché millantata o quantomeno spudorata? Gli spiritualisti nella loro foga, diciamo così “mistica”, dimenticano il primo comandamento che recita: “Non nominare il nome di Dio invano”.

E questa, sia per modestia, anzi per l’umiltà prudente della creatura intrinsecamente peccaminosa, di avvalersi dell’effetto della “sguardo divino” con le sue facoltà evidentemente “sovrannaturali” nel suo solo e comunque  misero  desiderio.
E sia anche per una ritrosia naturale, tanto rappresentata nell’oleografia kitsch cristologica, che il cristiano deve coltivare soprattutto rispetto alle proprie pseudo-acquisite capacità presentate come sovraumane.
E, infine, sia anche per lo scontato fatto che sui propri “miracoli”, è quantomeno agli altri cui è demandato – per puro pudore anche solo umano – a doverne riferire e mai, e poi mai, personalmente per sé.
L’autocelebrazione non è mai cristiana. Essa ha un che di analogo e stranamente simmetrico al narcisismo scervellato dei nichilisti miscredenti.

Qui è d’uopo essere molto prudenti nella scelta dei temi e delle parole chiave da utilizzare nelle catechesi, in quanto bisogna tener conto della loro spesso limitata capacità ricettiva o delle distorsioni – peraltro sempre “autoreferenziali”! – anche del fedele alquanto naïf. L’”autoreferenzialità” non è certo una specialità di CL: essa è molto diffusa, anche più, nei movimenti intimisti, psicologisti e spocchiosi del nostro tempo…
Questa tendenza, nella sua non proprio rara mitomania spiritualista, si autoattribuisce, in sovrappiù, capacità intimistiche che inevitabilmente crede si possano veramente somatizzare in quel che l’”occhio Chanel” dal mascarà ben sbattuto, indurrebbe nell’alquanto risibile e spessissimo illusoria seduzione dell’interlocutore…

In realtà si può parlare di tali risultanti prodigi solo per grandi figure – possibilmente morte – come il famoso sguardo avvolgente e santificato del Gius che tutti quelli che l’hanno conosciuto personalmente ricordano.

5 – Una cultualizzazione financo mitologica della parola introspettiva: la Scuola di Comunità assurta a   esercizio di sostanziale e raffinato psicologismo
Nel nostro clima eccentricamente ecclesiale dipendente dall’individualismo esacerbato dei nostri giorni e, soprattutto, nella società dello spettacolo resa spettacolo della società, l’opinionismo dialettico prende il sopravvento sulla dialogicità comprovata dall’esperienza, per esempio, giussaniana descritta nel suo grandioso libro “Il senso religioso”. Mi diceva la mia dolce metà che anche altre esperienze di Scuola di Comunità di cui è venuta a conoscenza diretta, sono giudicate generalmente inutili o caotiche. Ovvio. Persino il modello delle Scuole del Carron – malgrado il loro rigore di riconduzione valoriale e veritativo (seppur riduttivo all’intimismo) – riproduce al più alto livello gli stessi tipi di problemi. Molte pagine, ogni volta, riproducenti lo svolgersi delle lettere degli interventi con i commenti, pur sempre necessari e illuminati, non possono essere percepiti – in ultima analisi – che come un dibattito di introspezione, finalmente solo psicologica. Ci sono in CL, peraltro, molte personalità acute e ben coltivate…
Però se c’è una cosa da fuggire come la peste, è di non cadere nella tentazione – propria della nostra era generalmente e superficialmente psicologistica oltreché intellettualmente opinionistica – di invitare a nozze l’introspezione individualistica e il dibattito (infinito o muto) delle interminabili nonché intersecantesi opinioni soggettive. E relativistiche. Poco o per niente comprovate secondo il metodo che già aveva fatto la fortuna del Raggio giussaniano negli anni ’50-’60. Giust’appunto contro l’opinionismo, oggi diventato anche coltino nel suo inutile introspettare alla maniera della casalinga di Voghera con breve laurea acquisita all’”università” sottocasa.
Mi son provato ad immaginare Papa Francesco alle prese con il resoconto di una Scuola di Comunità, per esempio, quella del 17 giugno 2015 tenuta da don Carron…
Non ci si può meravigliare se la Miriano, la ormai famosa giornalista a Radio Vaticana de La Croce (il giornale-movimento che sta sorprendendo tutti per la sua globalità e per il suo rigore teologico)autrice di best seller culturalmente ben religiosi, affermi di dotarsi di una “interprete personale amica” per farsi tradurre dal “ciellinese” verso l’italiano.
A volte mi chiedo anch’io: “Ma chi capisce veramente?”. Chi ci capisce realmente qualcosa di essenziale e di veritativo senza l’aiuto di titoli, sottotitoli, temi riassuntivi e conclusioni evidenziate da vero docente in comunicazione?  Si tratta pur sempre di una Scuola… Ma soprattutto dove sono gli impiegati, i nuovi operai specializzati e gli imprenditori in grado di veramente entrare nei contenuti di simile linguaggio senza aver prima letto e metabolizzato Lacan o il Freud di almeno “Psicopatologia della vita quotidiana”!
In molte Scuole, non solo periferiche, cui ho avuto occasione di partecipare o assistere, quante volte sono rimasto esterefatto nel sentire sia interventi che sintesi pedagogiche finali di tipo perfettamente psicologistico da talk show televisivo notturno o da séance di psicoterapia di gruppo?
No, la Scuola di Comunità giussaniana non è e non può essere questa!
Questa serve solo a screditarla e ridicolizzarla da parte dei nichilisti e dei miscredenti della Chiesa.
Peraltro, credo che la direzione ciellina centrale ne sia anche da qualche tempo alquanto al corrente. Essa ne è consapevole se don Carron, da alcuni anni, ha cercato di prendere il toro per le corna tenendo personalmente una Scuola di Comunità centralizzata…
Mi rifiuto quindi di commentare oltre, con effetti fatalmente sgradevoli, alcuni esempi di psicologismo spinto che spesso si sentono o si leggono nei rendiconti delle Scuole fatte. Tantopiù che siccome ogni discorso narrativo viene riportato alla dimensione, pur sempre ora così ridotta dell’IO (seppur essa sia originariamente onnicomprensiva), si evita fortunatamente di fare allusione o riferimento all’invadente sociologismo abituale altrettanto da marciapiede: il quale è incredibilmente reificato e politicistico. Oltreché in modo dissennato e apertamente

6 – Una certa ma sicura marginalizzazione della sacramentalità eucaristica e della preghiera dalla sua centralità comunitaria
Dalla postazione belgotta in cui mi trovo, sono abituato a comportarmi da sospetto solipsista, però attivamente cosciente. Piuttosto isolato e con non molti elementi disponibili, devo ricostruire analisi globali spesso sproporzionate. Così, soprattutto in questo capitoletto rischio di estrapolare forse troppo. Ho comunque constatato che raramente mi sbaglio di molto. E quasi sempre, purtroppo, per difetto.
La mia generazione era stata abituata ad almeno due messe settimanali, la domenica mattina nella chiesa di Santo Stefano a Milano (dove cantava, io incantato e non da solo, l’Adriana Mascagni) prima della Scuola di Metodo del Gius, e il giovedì sera alle 19 nella chiesetta rossa tra via Larga e piazza Duomo. Attualmente, se si fa una mezza dozzina di messe comunitarie di base all’anno si può essere già felici. In ogni Raggio, anche in Comasina, si diceva Compieta all’inizio o alla fine dell’incontro settimanale. Adesso un’Ave Maria e anda…
Sono rimasto impressionato nello scorso marzo dalla Comunità di Sant’Egidio a Roma, dai cosiddetti giudicati politicisti (che sono presenti in gran numero anche qui a Bruxelles) i quali tutte le sere alle 20,30 si trovano in Santa Maria in Trastevere per leggere e cantare i Salmi per più di un’ora.
Molto polemica, mia moglie che va a messa quasi tutti i giorni – a volte anch’io con lei – (lavoriamo ancora in azienda) è formale: “CL ha come centro “sacramentale” la cosiddetta attuale Scuola di Comunità. E non proprio la “celebrazione eucaristica”: il che è tutto dire. Nel dicembre scorso, il nostro presidente monsignor Carron è venuto a Bruxelles per far visita alla comunità belga per la prima volta: nessuna messa e nessuna preghiera.
Solo una sua conferenza (tradotta in francese in consecutiva…) presso una sala però del Teatro Beaux Arts, il più importante del Belgio, ben ricercato all’uopo… Certo, son passati decenni, ma chi si sarebbe mai immaginato che la “moda” potesse giungere a cambiare fino a questo punto. Quel politicista alquanto cattocomunista di Sandro Antoniazzi, sindacalista e candidato a sindaco di Milano, aveva, per aver un’idea, anche astutamente convinto all’inizio degli nni ‘60 – me ne ricordo bene – le due assistenti sociali in Comasina, strutturalmente laiciste, che “Compieta del Libro delle Ore”, costituiva per i componenti del Raggio di quartiere il “contenuto del nostro dialogare”, alla stregua degli altri gruppi ricreativi presenti al Centro Sociale…

Cosa rimane ad una comunità ciellina, se l’Eucarestia e le frettolose preghieruzze lampo dette in apnea vengono liquidate con cotali frequenze e intensità?
Come può una comunità cristiana identificarsi nel suo Corpo Mistico e col Corpo Eucaristico con siffatte scadenze e scansioni?
Solo i Memores, uomini e donne, sembra che siano fedeli agli “uffizi” religiosi quotidiani, ma separati dalle comunità cielline. Non mi sembra però sia imputabile e a carico della direzione ciellina questa marginalizzazione generale della centralità sacramentale e della cristocentricità delle espressioni del movimento. È dal basso, dalla ideologia comportamentale dominante nel  nostro tempo – si potrebbe dire dell’Anticristo solov’ëviano dei nostri giorni  –  che scaturisce questo appiattimento anche delle pratiche più essenziali e cristiane del movimento.
Sotto la responsabilità della direzione ciellina è invece un certo “laisser aller” imborghesito delle cose. Per difetto! Come in altre occasioni e in altri casi di applicazione. È anche per questo che considero la speranza di questa Lettera aperta non del tutto infondata.

Persino all’ultima messa commemorativa della morte del Gius, non sono stati messi i fiori: mia moglie volontaria addetta, si trovava con me in Italia. Siamo stati alla messa di CL nella cattedale di Como celebrata dal vescovo Poletti: peraltro molto bella e seguita.
Non l’Eucarestia, non la preghiera, ma la parola, non quella veramente e propria del Logos, ma quella scambiata in quella che è diventata un po’ il “ciciarem un cicinin” introspettivo colto – non importa se di alto o di basso livello – dell’attuale Scuola di Comunità. Spesso intrisa pure di domande per non aver capito neanche il testo di partenza e di riferimento (uno dei libri della trilogia del Giussani). Oppure, nel migliore dei casi (ci sarebbe però da chiederselo veramente: ne parlo nel capitoletto seguente), in una sbrodolata a volte solo un po’ sofisticata ma sempre psicologistica o con alcune verità falsamente da sceverare.

Sembrerebbe paradossale che un movimento considerato intellettuale (coltivato), intimista e spiritualistico possa essere accusato anche mancante nella sua del resto famosa cristocentricità sacramentale.
Come pensare che un movimento spiritualista sia poco avvezzo alla frequentazione delle sue chiese diriferimento?

Non credo, anche qui, che questa lacuna centrale ed essenziale sia deliberatamente provocata dalla direzione di CL. Epperò, siccome le varie comunità cielline sono dirette o comunque determinate (ancor più che influenzate) dai Memores Domini, la cosiddetta tolleranza sacramentale credo sia conseguente al loro posizionamento personale di tipo spirituale. In effetti, la loro assiduità instituzionalizzata alla preghiera e all’Eucarestia quotidiane li rende paradossalmente separati (ma non è questa la critica per loro) dal carattere universale e tradizionalmente ecclesiale che tali devozioni contengono per tutti e ciascun laico.
Ma come sempre, c’è la vera ragione di questo allontanamento o separazione dal Corpo Mistico della Chiesa e non solo dalla frequentazione delle sue chiese. Si tratta precisamente di un movimento a ritroso dall’impegno diretto dei membri tutti di CL nell’unità fondamentale di base dell’Ecclesia: la diocesi e la parrocchia!

Già don Carron aveva cercato di rispondere con un articolo sulla stampa nazionale a questa accusa nel 2014 facendo notare che più di mille ciellini erano impegnati nelle parrocchie a Milano…
Ma chi l’ha veramente letto in CL? E chi si preoccupa realmente di militare in parrocchia?
A Bruxelles, per esempio, dopo una trentina d’anni di esistenza di CL, non esiste praticamente nessuna parrocchia in cui il movimento si sia impiantato e sia conosciuto da altri parrocchiani. Come non esiste nessun prete vicino alla comunità locale!
E il problema non è che a CL venga chiesto di identificarsi e scomparire tra le consuete strutture sonnolenti ma fagocitanti della parrocchia. Oppure che non esistano preti intelligenti e disponibili…
L’accusa di “autoreferenzialità” non è assolutamente campata per aria anche dal punto di vista associativo.

7 – Allontanamento e rifiuto delle tematiche constituve della realtà: banalizzazione della dimensione economica e perifericità insignificante dell’individualismo intimista
Da dove prendono piede lo psicologismo e l’opinionismo di dette degenerate Scuole di Comunità?
Anch’esse dal riduttivismo: la tendenza ideologica cioè più diffusa della nostra era. Tutto il nichilismo relativista sta riducendo l’umano ad uno standard consumistico-produttivistico (poco produttivistico) assolutamente materialista fondato sul soggettivismo dell’alquanto inesistente individuo “autocreativo”.
Esiste però un riduttivismo simmetrico cristiano in cui l’uomo è diminuito, solo apparentemente, alla sua cosiddetta dimensione solamente intimistica e trascendente. Tutti e due questi modelli di uomo ridotto, in effetti, non esistono veramente e non possono esistere tranquillamente nella realtà la quale è sempre composta contemporaneamente e prepotentemente di Terra e Cielo, di orizzontalità e di verticalità.
La persona umana della nostra epoca ridotta assume così la forma degradata e deformata – sempre provvisoriamente – di due  “transumani”: l’uno – nella sua ultima versione prometeica – detta “pensiero unisex oppure ideologicamente omosessuato occidentale”, costantemente massificato (alla maniera mirabilmente descritta da Ortega y Gasset); e l’altro – nella sua classica versione di buonista – e modernamente catacombale o spiritualista, avulso dal suo mondo e dal suo tempo.

Come avviene questo doppio riduzionismo assurdamente applicato alla intrinseca complessità e globalità umana? Con una mostruosificazione dell’intima natura completa e armoniosa delle sue caratteristiche e funzionalità. È da questa doppia semplificazione semplicistica, l’una materialista e scientista e l’altra intimista e altrettanto ideologica “celeste”, che scaturiscono le due ideologie apparentemente opposte ma globalmente complementari e complici dei nostri giorni.

Ma veramente si possono mettere sullo stesso piano i cattolici che, in modo difensivo e falsamente buonista, si ritraggono nel verticale e i secolarizzati tutti tesi a inventare – seppur superficialmente – una cinquantina e più di “nuovi” tipi umani (i Gender), secondo gli ultimi principi “americanosi”? Da un punto di vista della pura dinamica sociale è indubbio che la contrapposizione appaia solo tale. Certo la differenza sostanziale consiste nel fatto che i cristiani spiritualisti, si riconoscono almeno come generati dal Padre, come creature che non hanno l’illusione, evidentemente assurda, di poter cercare di divinizzare la loro scervellata scelta di definirsi orfani di nascita. Ma sono veramente cristiani gli spiritualisti? Gesù non lo è mai stato.
La sua vita in quanto Cristo risorto è stata indivisibilmente privata e pubblica; terrena e celeste, nei Suoi tre anni spiccatamente evangelici. Si potrebbe anche dire, eventualmente, che è a partire da quella pubblica che prende senso tutta quella privata ed intima. Tutte le tematiche costitutive della realtà sono inseparabili.

Qui in Belgio dove vivo da quarant’anni non mancano sia gli esempi emblematici e supremi dell’orrenda secolarizzazione (fino all’orribile eutanasia legalizzata dei bambini!), che quelli di un cristianesimo – come ripete ancora una volta il vescovo di Ferrara, Luigi Negri, intimo seguace e collaboratore di don Giussani per molti decenni – “non può avere la preoccupazione di non disturbare”.  “Anzi – non esita a precisare il vescovo forse più dichiaratamente e storicamente giessino (quale già era) e ciellino – che il cattolicesimo buonista rifiuta la fede”.
A leggere le dichiarazioni dell’attuale presidente di CL, Carron, nell’ultima Scuola di Comunità del 17 giugno, non possono che tremare le vene dei polsi a tutti i veri giussaniani dentro e fuori del movimento.

L’idea di un progressivo rimpicciolimento di CL, indipendentemente dalle sue dimensioni quantitative, non può che rendersi evidente. Soprattutto per tutti coloro che attualmente vengono accusati di essere “nostalgici” di un passato trascorso, naturalmente, senza ritorno.

8 – Sottovalutazione sistematica della testimonianza sociale e pubblica con assimilazione della relazionalità esistenziale a quella individuale, anche individualistica
Affermare come fa Carron (ma non solo lui) nella sua ultima Scuola di Comunità del 17 giugno che “le manifestazioni pubbliche lasciano il tempo che trovano…” non solamente offre una dimostrazione – dispiace dirlo – di apparente ignoranza non solamente sociale e politica ma soprattutto religiosa.
Dal punto di vista politico basterebbe già solo lo stesso successo della manifestazione di appena qualche giorno dopo a Roma che ha bloccato, sul piano dell’efficacia, le leggi in corso di approvazione. Addirittura il deputato Scalfarotto, promotore di una legge a suo nome fermata, si è anche messo a fare, in modo come quasi sempre dissennato secondo gli usi soliti da decenni, un cosiddetto sciopero-farsa della fame pieno di brioche e croissant al caffelatte molto zuccherato… Detto sciopero non solo intrinsecamente falso nella sua modalità (corrotta) di realizzazione (ci si ricordi dei veri morti irlandesi che facevano veri scioperi della fame!), ma soprattutto era assurdo e surreale in quanto impostato anche antidemocraticamente e ribellisticamente contro il proprio governo e partito (di cui Scalfarotto è membro!). Questo, per dire che la sottovalutazione della direzione di CL non riguarda solo la specificità del tipo di lotta, ma è anche simmetricamente legata ad una imperdonabile sopravvalutazione dell’opposizione, nel qualcaso del Gender. 
Inutile parlare anche qui degli altri movimenti cattolici intimisti, automarzianizzati da tutto.
Il “testimonial” addotto  sull’esperienza cosiddetta negativa (ma chi può veramente saperlo?) della Spagna, la dice poi lunga per la sua inadeguatezza e impertinenza. Nella società dello spettacolo (oltretutto massificata), fare previsioni e sputare giudizi paralleli è sistematicamente azzardato. Questo sul piano socio-politico. Su quello poi religioso, la questione può diventare tragicamente anche infamante. Da quando, infatti, il successo – ecclesialmente parlando – è diventato un criterio cristiano? Soprattutto per la CL giussaniana che ha sostenuto la lotta contro il divorzio e l’aborto ben approvati poi dal parlamento. Il cristiano (e il ciellino) ha sempre come problema numero uno quello esclusivo della testimonianza. Che altro? Gesù è morto in croce schernito, sputacchiato e orrendamente torturato… I martiri cristiani dei nostri giorni, non si pongono troppi problemi intimisti di fronte al loro massacro mentre pronunciano la loro ultima parola: Gesù.

Ma don Carron ha citato, non senza forse una certa fierezza “ecumenica”, di aver condiviso la decisione di non partecipare alla manifestazione romana in compagnia dell’Azione Cattolica. Ma ha forse dimenticato il successore designato da don Giussani stesso, che tutta la storia di GSGL e CL è stata scritta in una lotta senza quartiere e astutamente manovrata per più di trent’anni, contro la sempre purtroppo retrograda  Azione Cattolica? E ha forse rimosso che il Gius ha dichiarato che persino “Della compagnia di CL me ne infischio!” (anche se si riferiva, nel qualcaso, alla compagnia amichevole persino del suo movimento…).
Certo, oggi la Chiesa è ancora divisa: monsignor Galantino da una parte (sempre con l’obsoleta e spiritualista AC) e dall’altra, per esempio, l’eterno ciellino vescovo Negri: e ancora quanti altri!
E dove si schiera CL? Tra le associazioni che non partecipano all’”inopportuna manifestazione”!
Il tutto condito con una salsina dolciastra della testimonianza intima e individualistica sugli spaghetti ben verticali pure ben cotti. Tutto il nuovo mondo cattolico, scaturito dalla coscienza e dall’analisi dell’acuta crisi contemporanea antropologico-religiosa del nostro universo, non crede ai suoi occhi pieni di sgomento nel vedere il baratro intimista dove sta precipitando Comunione e Liberazione.

È proprio del 19 agosto un lungo e meraviglioso articolo pubblicato su Tempi di Giovanna Jacob. Nel breve saggio molto chiaro e illuminante, è preso di mira Giovanni Passali, un economista statalista accreditato “esperto” tra i cosiddetti esperti che non hanno capito e continuano a non capire le ragioni della crisi economica: egli scrive pure su Il Sussidiario da più di cinque anni (contrariamente alla geniale Jacob).

Il Passali dichiara con l’ideologia assolutamente lobotomizzata e malandrina dei cattoprogressisti, per cui ci sarebbe il principio, peraltro per lui e per gli statalisti, molto legittimo ma cristianamente sempre assurdo, a sostegno del disastroso collettivismo schizofrenico del mondo contemporaneo. L’idea del “buon padre di famiglia” non sarebbe infatti applicabile alle leggi “speciali” – udite, udite  –  dello Stato! Eventualmente essa può essere giust’appunto valida per una famiglia, non per lo Stato moderno (modernista). Questi non può nemmeno immaginarla valida per sé e il suo funzionamento. Lo Stato, infatti, per questo “genialoide pseudo-cattolico” che semplicemente confonde il Reale con il Razionale (!), non può che dotarsi – naturalmente facendo debiti, tutti i debiti possibili – per la moltitudine di  servizi e le facoltà che la cosiddetta modernità può esigergli o potrebbe suggerirgli! Lo Stato, per questo “esperto” ultrastatalista al di sopra di ogni legge e anche del buon senso come la maggior parte degli ex-comunisti, il quale ha anche la vergognosa fierezza (di falsa coscienza) di dichiararsi cristiano, deve praticare leggi morali ed economiche che un buon padre di famiglia, l’eterno gonzo di turno, non ha che da sottoscrivere e per cui deve solamente pagare. Non si accorge il teorico scervellato che così affermando non fa altro che definire la superiorità  e il predominio nichilista dello Stato sulla intangibile e sacra Persona alla base della Famiglia. Vale a dire esattamente il contrario di quanto il cattolicesimo afferma ed affermerà eternamente. Ma è proprio in questa sua incosciente, diciamo così, “semplicistica autenticità” che la Jacob lo individua nel suo “prezioso contributo” rispetto a quanto i più (la vera grandissima maggioranza apparente dei cattolici) praticano senza mai dirlo o quasi. Siccome lo Stato deve essere ben dotato di tutto e di più, naturalmente per edonismo prestrutturato (chissà poi perché, dal sempice punto di vista evangelico?), la legge del realmente possibile deve essere sistematicamente infranta: con i debiti, naturalmente! Pazienza se così si crea e si consolida una nuova classe deleteria e devastatrice detta finanziaria e parassitaria: persino Papa Francesco continua a ripeterlo instancabilmente! “È lo Stato stesso che lo esige” afferma l’economista folle, e non deve essere limitato da quanto è reso possibile dalle reali disponibilità… E allora? – verrebbe da dirgli… La legge dei diritti che prevalgono sui doveri è così impostata e ipostatizzata: tutti i cosiddetti “pragmatici” cattolici (e progressisti) che, di fatto, pensano e fanno la stessa cosa, ringraziano sentitamente e silenziosamente, come sempre, per averlo abbondantemente anche scritto e riscritto. L’orribile diabolico reale è così reso anche “razionale, e giusto”. E, al diavolo, la morale per cui si vive in recessione, in una disoccupazione record, con tutti i debiti oceanici contratti sul gobbone dei figli e nipoti. E in uno Stato palestrato agli anabolizzanti pseudo-edonisti con ormai la disponibilità di uno statale per ogni lavoratore, produttore di ricchezza vera nel settore privato…

Quel pirla del “buon padre di famiglia” ora sa perché dev’essere schiavizzato – analizza l’acuta Jacob – con la sua famiglia e messo alla mercé economica e culturale di tutte le follie ideologiche e cervellotiche dei suoi consimili totalitari e relativisti: gli statalisti di servizio. I quali non sono solo “ingenui” ma anche, nella sostanza, parassiti economici di fatto. Purtroppo tutto o quasi il mondo cattolico, di cui certa Chiesa ufficiale si fa carico, appartiene all’ideologia di questo scervellato sedicente economista cattolico, tra il protestante e il progressista collettivista, che non esita ad affermare il politeismo antireligioso della sua concezione corrispondente alla diabolica mondanità spappolata, e non alla Verità. Sarebbe come se, siccome il male e il peccato sono totalmente maggioritari, dobbiamo disporre di due leggi: una per giustificare l’orribile ed infernale realtà esistente, e l’altra, ben autolaicista, per bisbigliare a livello intimo e forse privato – ma non pubblico! – l’idea, e solo l’idea, di un certo cristianesimo cattoprogressista in sintonia, però, col “pensiero unico” subumano. Quello del politically correct dittatoriale.
Secondo questi cristianucci sottosviluppati e svenduti, viva lo Stato, abbasso la Persona e largo alla “testimonianza individualistica” ben schiavizzata: sia economicamente che sul piano culturale dal nuovo minculpop nuovista e modernista, per esempio, Gender. I dirigenti di CL, che propongono il sostegno ai “corpi intermedi” e annunciano il loro impegno per il centro sinistra laicista e statalista, lo sanno?

9 – Clericalismo comportamentale pedissequo come ricerca, di fatto, di opportunismo intellettualistico e individualistico, arbitrario nel formalismo asociale
Il grandissimo cristiano veramente europeo Dostoewskij riconosceva alla Chiesa la sua eterna funzione salvifica, intrinseca e indispensabile, ma si è guardato bene dall’attribuirgliela storicamente in ognuna delle sue opere letterarie.
Il clericalismo coltiva invece l’atteggiamento opposto: aderire e identificarsi nella Chiesa indipendentemente dal soffio divino dello Spirito che potrebbe incarnare il Fatto cristiano del Dio vivente anche laddove abitualmente lo si crede assente o lontano. Naturalmente il vero cattolico è sempre disposto ad obbedire all’Autorità che, malgrado tutto, in coscienza gli si pone e impone!
Quando nell’ultima intervista al Gius realizzata per la televisione svizzera da Chiara Beria d’Argentine, alla classica e famosa domanda se “sia stata la Chiesa ad aver abbandonato gli uomini oppure gli uomini ad aver abbandonato la Chiesa”,  il grande servo di Dio, celebre per la sua incondizionata obbedienza (la sua più bella e significativa foto è quella in ginocchio davanti a san Giovanni Paolo II), rispondeva senza esitare per la prima possibilità. Contraddizione antagonista? Niente affatto. Come sottolineava il filosofo rumeno-francese Cioran, è proprio dei grandi spiriti (religiosi) di abitare permanentemente i territori di frontiera dove si vive nel “rischio” permanente di sfiorare  – “froler” nel suo francese acquisito – l’eresia senza mai caderci.
È stato il caso clamoroso di san Francesco di fronte al suo papa piuttosto incline ai bagordi e ai profumi del clero romano. Ebbene, proprio perché coltivava la sua grande fede, il “poverello” ebbe il coraggio di chiedere ed ottenere l’obiettivamente non facile benedizione per il suo nuovo ordine (francescano) che conteneva i molto poco conformi fraticelli che s’era portato appresso in Vaticano (facendo quasi svenire i molto corrotti cardinali e vescovi colà ultraraffinati…). È lo stesso coraggio (insensato perché divino) con cui il santo di Assisi, giunto poi col suo ordine fino all’Irlanda, si presentò inerme tra gli islamisti per dialogare – come riuscì a fare – con loro. Il carisma ciellino è forse oggi quello di allinearsi alle eterne paure tremebonde, sfuggenti e conformiste dell’Azione Cattolica? È forse quello di identificarsi con le posizioni codine del segretario della CEI, Galantino, sempre sul suo cavallo inutilmente bianco, per in ogni caso pretendere di negoziare col potere (anche ben al di là della sua funzione)? Basta gettare uno sguardo anche superficiale sulla storia del movimento giussaniano per avere la netta risposta contraria.
È forse comprensibile, in questo senso, l’atto estremo e senza mediazioni di Antonio Socci, a fine giugno scorso in cui, in una riga, ha invitato monsignor Carron a prendere il primo aereo per Madrid e non farsi più vedere, per permettere a Comunione e Liberazione di compiere la sua “vocazione ecclesiale in modo coerentemente carismatica”. La cosiddetta “prudenza” politica altro non è che l’eterno opportunismo squallido che avrebbe portato arbitrariamente Gesù, durante le feste della Pasqua ebraica, lontano a nord per predicare sul lago di Tiberiade o nel deserto a sud per pregare, piuttosto che affrontare il destino altamente drammatico e glorioso della Sua Morte e Resurrezione a Gerusalemme. Esiste, infatti, in politica l’inevitabile solitudine e l’amara ma sempre libera opposizione: non lo si dimentichi.
Uno dei più grandi interrogativi ecclesiali del nostro tempo è di ricomporre la rottura tra il patrimonio gigantesco della cultura, nella Tradizione storica del cristianesimo, e la Fede sempre invocata dalla Chiesa tutta. È a questa missione, costi quel che costi, che ogni uomo di Dio deve dedicarsi. Senza paure e in modo totalmente prioritario.
E non è certo invitando monsignor Galantino al Meeting di Rimini 2015 che si sfugge al clericalismo anche più apparentemente sfrontato (ne riparlerò al capitoletto 14). Il mondo non chiede oggettivamente altro. E la Carità l’impone.

10 – Sparizione della missionarietà caritativa comunitaria a vantaggio di una supposta testimonianza coatta personale (dove ci si trovi): nel Buonismo e non nel Bene. Il “sopra” della politica
È sempre la debordante e incontenibile Carità, l’ultima ma la più importante delle Virtù teologali (con Fede e Speranza), ad incarnarsi nella missionarietà.
Come in ogni sentimento o progetto di Amore cristiano, le componenti sono sempre due: la preghiera nel deserto dell’anima ma anche nella susseguente espansione sociale e pubblica nella storia.
Il monachesimo, nelle due Scuole di Comunità carroniane citate, è presentato come un movimento che ha conservato e ha trasmesso. Vero, ma si conserva e si trasmette (si tramanda, più che altro, come scrive la storica giussaniana, dagli anni ’50, professoressa milanese Scabini nel sito web di Nonni2.0 www.nonniduepuntozero.eu) solo nell’espansione!
È riempiendo l’Europa, l’allora mondo conosciuto, di monasteri, conventi e regole da “Ora et labora”, sintetizzando e declinando il verticale con l’orizzontale, il Cielo e la Terra, la spiritualità e la tecnologia, che i monaci son diventati i leader della loro era!
Certo che hanno conservato il Buono, il Bene e il Bello del passato, ma per restituirlo nella forma moderna del tempo. Il Rinascimento con la sua tecnica e la sua spinta innovativa (anche già inizialmente scientiste come don Giussani dimostrava spesso con dovizia di esempi) non poteva essere nemmeno concepito senza la lunga preparazione cognitiva e missionaria del Medio Evo. I monaci camminavano per tutti i paesi europei ed oltre, fino in Siberia. Erano i rari vettori attivi degli scambi: non portavano alle altre comunità solo l’unità dell’Eucaristia e dei Sacramenti, ma anche le informazioni, scambiavano le conoscenze e le molte efficaci tecniche sperimentate nei loro monasteri anche di organizzazione agricola ed economica.
Altro che ritirirasi dal sociale per chiudersi nelle volontarie catacombe moderne da sagrestie! Ma da dove vengono queste idee raggomitolate e involutive?
Dal “buonismo”: c’è una lunga intervista (uscita da qualche settimana – dicevo – di monsignor Luigi Negri, grandissmo giussaniano storico tra i giussaniani, che spiega la degenerazione prefissata nel buonismo della missione di pace e di amore del cristiano. Si sa, Gesù ha portato la contraddizione nel mondo. Non il pacifismo imbelle e opportunista nella sottomissione ai produttori del male. Il cristianesimo è quello della  pretesa – non meno della fiera pretesa, ripeteva il Gius – della Verità e della Via. E quando Gesù mandava, a due a due, i suoi apostoli in missione ad annunciare il Vangelo, raccomandava loro di “scuotere bene la polvere dai loro sandali davanti alle porte dove essi erano rifiutati: la cosa avrebbe prodotto anche testimonianza…”.
Eppoi, la prima testimonianza di missione è pur sempre comunitaria e pubblica rispetto, naturalmente, a quella personale e “automatica” nella presenza oggettiva della propria esistenza.
Luigi Giussani è sempre stato accusato di essere di “destra”, il peggiore “insulto” (oltretutto falsificante) che la contemporaneità potesse e possa rivolgere. Da un punto di vista strettamente politico, invece, don Giussani aveva un solo criterio: “la distanza critica”. L’aveva più volte ripetuto e spiegato nelle interviste a Robi Ronza negli anni ’70-’80. Quando i politici si ritrovano uno Stato da gestire che spende di più, molto di più, di quanto produce – lui lo sapeva bene! – la libertà di fare politica, la libertà tout court, sparisce: le opzioni politiche di destra come di sinistra vengono semplicemente annullate.
Cosa rimane, dunque, alla scelta politica di fondo? Rimane solo l’affermazione, pur sempre principale, detta dei “principi non negoziabili”, della scelta della supremazia della Persona sullo Stato.
È a questa dominante che don Giussani teneva come alla pupilla degli occhi: quanto alla destra o alla sinistra politiciste, era ideologicamente e conseguenzialmente quasi indifferente. Su molti temi era di sinistra e su altri di destra o di centro. Sempre, comunque, si situava “sopra”! E su un punto era inflessibile. Sulla supremazia del generalmente incompreso dominio della Persona, della sua irriducibile libertà. E siccome tutta la cultura e la mentalità materialistiche della nostra era e continuano ad essere piuttosto “de sinistra”, il don Gius sceglieva la destra: ma solo per difetto, naturalmente.
Oggi sarebbe la stessa cosa ed anche ancora per lunghi decenni: bisognerà che la cultura di massa, di destra come di sinistra, scelleratamente e supeficialmente edonista oltreché immorale, si accorga della sua scempiaggine devastatrice; ritorni a fare figli con apertura alla vita secondo le leggi naturali e rivelate di Dio (non  certo con lo statalismo!); a saldare i suoi debiti senza farli pagare ai figli e nipoti (meglio non farli!); e, infine, a ridurre radicalmente la presenza molto pleonastica dei funzionarizzati intrinsecamente totalitari in quanto soluzione statalista: non c’è alternativa da decenni, bisogna licenziarli e metterli subito sul mercato del lavoro (anche chiedendo loro scusa per averli oggettivamente corrotti).
Allora e solo allora, sempre con “distanza critica” si potrà anche votare a sinistra – se opportuno o necessario  – a condizione che la sinistra sostenga, più che la destra (in quanto anch’essa, quest’ultima, da sempre alquanto o molto laicista…), questi tre cardini della politica evidentemente pubblica.
L’attuale indifferenziazione dei movimenti cattolici rispetto alle opzioni politiche è comunque una follia anticristiana e senza fede, ancor più che praticamente dissennata! Sempre con “distanza critica” c’è da preferire la politica contraria al cancro in metastasi delle nostre società: lo statalismo epocale!
Ma questo, a condizione di essere ben coscienti che il mondo è ora diviso in due (del resto come sempre): quelli che producono la vera ricchezza materiale e spirituale con il loro lavoro quotidiano al servizio della verità e della bellezza globali del Creato; e, dell’altra, i più o meno parassiti dello Stato statalista dominante sulla Persona che non pensano ad altro, in realtà, che organizzare il consenso alla politica della schiavitù (la parola, anche se non adeguatamente modernizzata, è esatta!) dei primi da parte dei secondi. Tra questi ultimi si potrà così individure i funzionari statali e i politici veramente servitori dello Stato che dovrebbe invece essere minimo e legittimo indispensabile ai cittadini e alla società tutta. Questi funzionari integri, necessari e veri lavoratori esistono già ma sono inevitabilmente confusi e  instricabilmente inseparabili da tutti gli altri oggettivamente dannati. Finché la Chiesa non avrà ben metabolizzato questa idea basilare della vera povertà evangelica sul piano sociale, la pratica religiosa non potrà essere che riduttiva e mistificata. Produttiva di ingiustizia. Spiritualista.

11 – La deviazione culturale più grave di Comunione e Liberazione: l’apparente abbandono pratico della visione economica che invece costitusce il più universale dei valori seppur, apparetemente, solo terreno e umano
Il fatto che CL manchi di una analisi globale, da più di una decina d’anni, di una analisi precisa delle ragioni, pertanto semplici, della crisi economica contemporanea, vale a dire la radicale denatalità da cinquant’anni e i giganteschi debiti pubblici, naturalmente statalisti e corruttivi, la dice molto lunga sul livello di ignoranza conformistica e massificata (quasi tutta la società occidentale boccheggia sulla stessa misconoscenza…) nella quale si compiace di sopravvivere ufficialmente quasi tutto, o gran parte, il movimento cattolico.
All’ignoranza colpevole, la maggior parte dei movimenti cristiani aggiungono anche l’irreligiosità data dall’adesione superficiale e inconsapevole all’ideologia nichilista che stabilisce – senza troppo dirlo – la supremazia assoluta dello Stato sulla Persona fatta ad immagine di Dio. Questo statalismo banalizzato, reificato e corrente, che produce mille conseguenze quotidiane quasi impercettibili singolarmente per la consapevolezza riduttiva e massificata dell’uomo modernista (non moderno!), è il sottile veleno mortifero che rende invivibile l’esistenza sociale.
Siccome la chiave di lettura di CL rispetto alla realtà economica è ora acritica e conforme al disorientamento della maggior parte degli “esperti economici” (non hanno assolutamente previsto, per esempio l’attuale crisi!) finalmente ignorantissimi e inutilmente “esperti” arzigogolati benché raffinatamente coltivati, che scrivono anche su Il Sussidiario, appare giustificato che le più atroci ideologie esistenziali ed economiche facciano capolino e si installino presso i ciellini senza alcuna bussola nella cultura della produzione e del consumo. Non è un caso se la concreta leadership culturale del movimento è quella sconquassata e sgangherata dei cosiddetti pedagoghi europei che sono diventati, dall’inizio degli anni ’70, i divulgatori del soggettivismo inevitabilmente nichilista del politically correct. La classe degli insegnanti è seconda sola a quella dei magistrati per ignoranza globale e, sopratuto, corruzione intellettuale molto antidemocratica e partitica. Il fatto che ci siano anche molti insegnanti ciellini critici e politicamente centrati (c’è però da chiederselo veramente alla luce della svolta in atto!), non cambia affatto questa valutazione generale.
E pertanto, proprio per dei cattolici, sarebbe oltremodo semplice e diretto giungere a constatare il perché la crisi economica attanaglia il mondo, senza scampo e progressivamente da decenni. A volte giungono a farlo, parzialmente, ma non in modo sistematico (anche su Il Sussidiario). Di questo, gli obnubilati leader politici e i pennivendoli “esperti” economico-finanziari non riescono, alla fin fine, a capire unitariamente granché.
Come cercavo di spiegare in altri e precedenti documenti messi pure sul mio Blog, è tutto il movimento generalizzato dell’incredulità in Dio, della divinizzazione della disperante – seppur attraente –  creatività umana e tecnoscientista, ad aver portato ad una mancanza – per difetto, dicono i demografi –  di un miliardo e mezzo di non nati dopo gli anni ’60: quasi la totalità della popolazione cinese ma già diffusamente ricca e altamente civilizzata dal cristianesimo apparentemente declinante!
La cosa ha fatto crollare la domanda interna occidentale, quindi con crisi radicale dello sviluppo degli inutili consumi (fra l’altro provvidenziale questo!) oltre che nel suo naturale e armonioso sviluppo. Per conseguenza, crisi della produzione. Non si trasgrediscono impunemente le leggi naturali e quelle rivelate di Dio. Ettore Gotti Tedeschi, anche dopo il suo alto incarico al Vaticano, lo spiega e continua a farlo apparentemente senza utilità. Si tratta di un meccanismo troppo elementare per essere preso sul serio dai sapientoni specialisti “esperti”strutturalmente deficienti o parcellizzati. Dio ha svelato cose  – i veri cristiani lo sanno – ai semplici di cuore e ai bambini che i cosiddetti sapienti (anche sedicenti ora cattolici impegnati) non capiscono, non vogliono da sempre capire… Tanto più che non hanno capito nemmeno l’altra causa diventata ormai fondamentale: quella dei debiti pubblici mai rimborsati. Fare debiti, diventati per la loro importanza cumulata praticamente oggi non rimborsabili, ha provocato interessi da pagare ogni anno – quelli sì, obbligatoriamente – calcolati, per l’Italia, dal Vignali, ex presidente della CdO, per non meno di 90 miliardi di euro (come si fa a non ripeterlo sempre, anche faticosamente e “noiosamente” dato il livello colossale e inaudito della cosa?). Non fare figli (1,2 o 1,3 al posto dei 2,2 calcolati dai demografi per mantenere lo stesso livello di popolazione), produrre aborti banalizzati a gogo e riempire le future generazioni di debiti (già due generazioni lo sono state!) sono il frutto della ricerca edonista della vita senza le leggi naturali e morali di Dio. Ebbene, di tutto ciò, anche CL non parla mai, se non in modo induttivo e molto indiretto. Molti altri movimenti cosiddetti cattolici fanno anche peggio. E l’immigrazione prolifica del terzo mondo non può, per parecchi decenni ancora, che aggravare il problema. Per rimediare ad un peccato, c’è innanzitutto la contrizione, la confessione. Chiederne il perdono. Ottenerlo. E riconcigliarsi sacramentalmente con la comunità e la socialità dopo averne pagato il fio con la penitenza: non con la consueta “tripletta” pater-ave-gloria. Tannhaüser, principe depravato della letteratura tedesca, dovette fare un allora lunghissimo pellegrinaggio a Roma per penitenza (non con il low cost) in tempi in cui ci voleva un anno e non si sapeva con certezza di poter tornare a casa sano e salvo. Voi avete dettoCL movimento educativo? Sì ma solo quando il Gius mandava in Bassa più di 1000 giessini e giellini la domenica pomeriggio con due-tre mezzi, tutto a loro spese dai vari quartieri di Milano. Oppure quando faceva conferenze nelle università descrivendo con grande cultura la crisi economica, culturale e antropologico-religiosa contemporanea. Adesso l’ideale sembra diventato mettersi a libro paga dell’ingolfatissimo personale politico funzionariato statale o parastatale (i “corpi intermedi” tanto lodati da Vittadini, membro della direzioneCL).
Luttwak, il politologo americano che se ne intende veramente e, come straniero, non tiene personalmente famiglia – come ho già detto, e non credo inutile ripeterlo – ha calcolato che se in Italia non si licenziano subito globalmente non meno di 750.000 statali parassiti da decenni come aveva già fatto Cameron, appena arrivato al potere in Gran Bretagna, non si uscirà dalla politica degli annunci criminalmente falsi e sistematicamente disattesi. Il costo degli statali a ufo è gigantesco e di gran lunga il più importante dei deficit attuali e futuri di ogni Stato europeo!
L’ultima moda, invece, sembra diventata nel movimento di CL la carriera politica “dal basso”, dall’aministratore comunale… Critiche puntuali e cultura politica rispetto ai decenni di già lunghe esperienze politiche comprovate? Praticamente nessuna: tutte sottintese e non dette. Si fa come se le si fossero già prodotte… Solo qualche articolo alquanto teoretico e generico (beninteso giustissimo) di don Carron sulla stampa. Comunque si ricomincia, nella prospettiva opposta ad appoggiare i governi che continuano ad essere e dichiararsi nei fatti statalisti. Ma, perché non considerare di andare piuttosto a lavorare veramente, per produrre prodotti e servizi effettivamente utili e competitivi?
Non c’è lavoro? Allora che lo si inventi, creando imprese, altro che fare i politici condannati alquanto all’impotenza!
Le attività economiche sono tali perché produttrici di ricchezza nell’intrinseca cooperazione con la Creazione, in quanto creature del Creatore. E perché la cosa possa essere fatta, occorrono figli (ormai dei nipoti) che non si possono generare se si ha una mentalità di massa da piccolo borghesi consumisti e abbrutiti nell’ignoranza coltivata di chi non conosce nemmeno Gotti Tedeschi o lo stesso ciellino Vignali! Fare politica, anche dal ”basso” (peraltro, perché non “dall’alto” se non c’è niente di cui autocriticarsi…?) è forse oggi un lavoro da consigliare prioritariamente, veramente richiesto? Ma non c’è da almeno dimezzare, sempre da decenni, il personale politico inutile e perciò stesso corruttivo? E, per esempio, consigliare per una volta, sempre dal punto di vista giust’appunto politico, di darsi da fare in quanto anche piccoli imprenditori innovativi. Certo, pure in politica, ma non in modo prioritario o esclusivo!
Dimenticavo di spiegare il perché ho inserito nel titolo di questo capitoletto il participio presente aggettivato “apparente” riferito all’abbandono pratico della visione economica. In realtà, la grande virtù del “pensiero unico” contemporaneo permette di non parlare assolutamente di nulla e di non spiegare alcunché. La norma è che, se nessuno ne parla, vuol dire che essa è già acquisita nelle scelte politiche, economiche ed esistenziali: potenza del non detto conformista!

12 – Il cristiano oggi, e per un lungo periodo, deve lavorare anche per aumentare l’attrattiva verso la cultura del lavoro, grave handicap storico pure della Chiesa, malgrado la sua Dottrina Sociale
Difendere i “corpi intermedi” come fa Giorgio Vittadini, invece di lottare per eliminarli significa perseguire innanzitutto una politica economica ancora statalista e subordinata contro cui, soprattutto i giovani, dovrebbero scagliarsi senza alcuna riserva.
Bisogna oggi essere dissennati e spudorati per non seguire con decisione in ogni paese europeo le direttive di Luttwak. Ed è ciò che succede inevitabilmente in tutto l’inutile e surreale gioco politico quotidiano fatto di annunci tanto dorati quanto falsi e pieni d’implacabili, conseguenziali e parallizzanti tasse.
Se non si diminuisce radicalmente e sostanzialmente la spesa (soprattutto con la diminuzione degli statali ed assimilati), come si fa a diminuire veramente  le tasse? Del resto, tutte le spese pubbliche dei paesi occidentali non fanno che aumentare: come minimo, spesso, anche del 3% all’anno, secondo le scandalose regole europee di Maastricht. Peraltro, queste vengono sempre contestate e considerate insufficienti: accusate di essere per l’”assurda austerità” (sic) europea o tedesca, la mistificazione culturale di massa alla moda!
In Belgio, si è già giunti ad avere un funzionario statale per ogni lavoratore nel privato! Una follia si direbbe inarrestabile, su una decina di milioni di abitanti, con 1.645.000 e rotti d’inevitabili parassiti statali di cui contabilizzare statisticamente l’assurdo surreale già raggiunto. Già una quindicina d’anni fa, quando i detti parassiti, nulla o poco facenti (almeno per quasi due terzi comprese tutte le funzioni inutili o dannose), erano “solo” 950.000, si parlava di diminuirne la metà…Ricordo ancora che Vittadini è “ordinario di statistica” alla Bicocca di Milano: egli, del resto, non manca mai di ripeterlo con una incomprensibile fierezza, almeno per i più critici delle sue parole. Eppure i grandi statistici dell’Occidente non finiscono di ripetere – ma chi si fida ormai più delle loro parole se non in concordanza con la sacrosanta intuizione di buon senso imprenditoriale? – che due lavori, due impieghi su tre o quattro che saranno alla base del vicino futuro economico, attualmente non esistono.
Ci si immagini quindi – anche di primo acchito, senza nemmeno conoscere alcuna base cosiddetta di matematica statistica – quanta imprenditorialità innovativa sia oggi già all’ordine del giorno, e quanti licenziamenti (nel settore pubblico, naturalmente) dovrebbero essere realizzati senza fiatare anche perché in gravissimo ritardo non gratuito da decenni. Invece, al contrario, nessuno ne parla, se non per paventare ipotetici disastri economico-sociali se attuati veramente. Parlavo con una ragazza vicina di casa sul Lago di Como appena laureata in legge, la quale di fronte a questa proposta (moderatissima ed iniziale!) di Luttwak, scartava tutta l’idea, secondo una vulgata diffusissima, per cui associava l’idea di licenziamento a quella dell’interruzione immediata di ogni remunerazione: l’idea di poter accompagnare il milione e più di parassiti oggettivi (tutti dichiaranti di essere in pieno stress da lavoro!) con lo stesso stipendio che percepiscono indebitamente, per un periodo ragionevole, non è nemmeno presa in esame. E si tratta di una ragazza (immancabilmente anche figlia unica!) che passerà tutta la sua vita a pagare i debiti contratti dalla generazione dei suoi genitori, belli tutti beati e “generosoni incoscienti alla viva il parroco”.
In effetti, nessuno ne parla. Avevo l’aria di essere un inutile provocatore per solo aver riportato un giudizio preciso e pertinente, mai contestato, peraltro anche da parte di uno straniero…
In CL, ci pensa Vittadini ad assicurare questa visione politica del non detto. Il Giorgio che ho sempre vantato, ahimé, come geniale sostenitore della sussidiarietà (basta vedere i miei tre libri principalmente economico-politici per rendersene conto). Non lo farò mai più, stando così le cose oggi ben comprovate.

Oltre queste ragioni “statistiche” urgenti ed immediate sopra viste, ci sono tutte le ragioni culturali per cui il cattolicesimo deve recuperare molti decenni di concezione (teoretica) sulla questione, oh quanto cruciale, dell’economia. I dirigenti di CL e non solo, dovrebbero sapere, visto che non ne sospettano apparentemente nemmeno l’esistenza, che Michael Novak, un economista cristiano americano che era stato scelto da san Giovanni Paolo II come suo consigliere economico principale all’inizio degli anni ’80, è ridiventato molto critico rispetto alla visione economica di questo attuale pontificato. Già all’uscita della sua prima enciclica, Papa Francesco, da buon argentino avvezzo colà ancora alla moda della “teologia della liberazione” stroncata da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Novak si è scagliato contro le inevitabili e consuete castronerie pseudo-economiche e pseudo evangeliche che tutta la subcultura sudamericana e terzomondista europea, del cattolicesimo detto progressista, avanza ancora regolarmente.
In CL, nemmeno se n’è mai sentito parlare: nel migliore dei casi il problema lì è pur sempre rimasto e ridotto a quello dell’IO giussaniano (biblico) e del suo rapporto con l’Infinito: come se non fosse già stato definito, argomentato molto largamente e acquisito (anche se, fatalmente, non molto capito veramente)…
Problema rigoroso, beninteso, ma pur sempre trito e ormai letteralmente ritrito. Per cui si assiste ad un imbarbarimento politico sorprendentemente “anticapitalistico” di moltissimi ciellini che diventano ideologicamente e imprevedibilmente statalisti, confondendo il reale apparente della crisi con il razionale della sua supposta “non soluzione”.  Giorgio Vittadini stesso che non conosco personalmente deve esserne probabilmente una vittima. Così, la stessa possibilità di veramente metabolizzare il discorso dell’IO dopo averlo concretamente compreso con tutte le sue implicazioni, sfuma miseramente.
In tal modo i ciellini finiscono per guardare anche di cattivo occhio i rarissimi imprenditori che ancora sono rimasti nell’orbita, più che di CL, della dicevo “divorziata” CdO. E qui si tratta soprattutto di piccoli imprenditori che continuano a tutto rischiare compreso i frequenti fallimenti e il fatto di continuare a lavorare, come me, all’età di 71 anni, allorquando l’età media di pensionamento e prepensionamento reale in tutta Europa è scandalosamente di 56 anni e qualche mese: quasi nessuno lo sa, perché anche le organizzazioni cattoliche si guardano bene dal saperlo o dal dirlo! Una ennesima follia a cui gli astuti  politici cercano di rimediare discretamente… Ma ci vorranno molti anni anche solo per introdurre il problema tra la falsa coscienza dilagante, grazie anche ai sindacati sempre osannati.
E ai movimenti catto-marxisti, va da sé, statalisti.
Quando non sia la maestria e, ben più grave, l’indifferenza a dettare legge: come quella di tutti quei prelati che manco rispondono alle critiche radicali alla Novak (sulla distribuzione, per esempio, della “ricchezza marginale”). Essi si limitano a ripetere – quando costretti – vuote formule terzaforziste, già false e obsolete nelle attualità teologiche e politiche degli anni ’60-’70.

Come può un movimento autodefinito educativo alla Chiesa e alla Verità, vivere ai margini o all’esterno di queste tematiche e problematiche?
Non a caso l’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, numero uno, veramemente operativo, della DSC (Dottrina Sociale della Chiesa), si è lanciato con una inascoltata invettiva contro questo atteggiamento di ignoranza volontaria e di ignavia “de facto”, da parte di certo associazionismo detto cattolico. Soprattutto in Italia.
Verso la fine 2014 ha anche pubblicato sul rigorosissimo giussaniano “Tempi” – detto anche gratuitamente e odiosamente in certe comunità di CL “organo talebano” (!) – una filippica storica, nell’occasione contro l’Azione Cattolica. I cui membri – nella stragrande maggioranza – non conoscono nemmeno l’esistenza, per esempio, del “Compendio” della DSC pubblicato in molte lingue nel 2005 dal Vaticano…
E se l’arcivescovo Crepaldi si occupasse prossimamente anche di Comunione e Liberazione?

13 – Il carisma dell’imprenditore e dell’intraprenditore, massimi negletti nella pastorale perfino ciellina da almeno una decina d’anni: il carisma vocazionale
individuale e quello categoriale

Il carisma è sempre personale, tutti ce l’hanno: chi più chi meno – almeno potenzialmente –, la vocazione individuale e unica ne dipende. Perché io piccolo imprenditore e tu no? Esiste un rapporto tra la vocazione personale, quella categoriale e quella storica? Il riduzionismo spiritualista diminuisce – va da sé – ogni scelta e ogni possibilità (auto)selettiva. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se si tratta qui di temi di cui non si è nemmno a conoscenza nei movimenti cattolici e in CL. Siccome sono molto sensibile e attento alla cosa, quest’anno, per esempio, ho potuto registrare solo una piccola ed eccentrica iniziativa, intercettata nella diocesi di Milano nel primo trimestre, su una catechesi timida ma interna alla cultura del lavoro. Naturalmente, la CDO produce iniziative di questo genere ma sarebbe lungo e complesso riprenderne i contenuti e le modalità di realizzazione che non sono comunque in rapporto con l’educazione generale: la CdO si rivolge tautologicamente solo alla CdO (sconosciuta per la sua vera missione e nota solo per i suoi molto supposti scandali economici…). Così, più ci si discosta dal sociale e dalla cultura del lavoro – dicevo – e meno il destino dell’uomo diventa accessibile. In genere ci si identifica vocazionalmente per sottrazione. È quindi la testimonianza propria e degli altri che ingenera la vocazione cui si giunge non solamente in modo esclusivamente ontologico. Perché, altrimenti, tanti piccoli imprenditori in Veneto o in Fiandra e rarissimi in Sicilia? Anche la Germania della grande e potente industria ha imparato a valutare decisiva l’imprenditorialità diffusa dei piccoli e mini intraprenditori. L’intraprenditore stesso, che mai avrebbe immaginato di diventare un giorno un vero e proprio imprenditore, sotto lo stimolo e l’esemplarietà – spesso tenuti invisiblili ai più – di uno già esperimentato e proponente, anche sul piano pedagogico, può diventarlo e lo diventa: è anche la mia personale iniziativa diretta, con le agenzie Eurologos (di cui la mia di Bruxelles ne è la head office) di servizi multilingui dislocate ora su quattro continenti…
L’esperienza generale, all’inizio degli anni ’80, è cominciata negli Stati Uniti dove, dove Ginford Pinchot ha inventato il neologismo “intrapreneurship” che si è diffuso in Europa, soprattutto al nord. L’idea – per esempio – del franchising non solo regionale o nazionale ma anche internazionale e mondiale si sviluppa abbastanza rapidamente: le prospettive esclusive di dover inventare e finanziare da zero un’impresa oppure di lavorare in subordinazione (come operaio o impiegato) rispondendo agli annunci delle offerte di lavoro non sono così più sole. Tutta la cultura del lavoro è profondamente cambiata. Ma perché la cosa possa succedere veramente e massivamente occorre che sorga una fierezza collaborativa per cui il valore e il prestigio di un imprenditore intraprendente venga messo in valore e sia ammirato, seguito e intrapreso dai più giovani o inesperti. In che modo può avvenire questa insorgenza se le organizzazioni cattoliche, per esempio, non ne sono al corrente e, naturalmente, manco ne parlano (troppo prese a discutere solamente di trascendenza)? C’è un bellissimo disegno del Rinascimento alla sanguigna, verso la fine del ‘400 di Sandro Botticelli, che presenta un giovane fiero come non mai mentre mostra tenendola con due mani la grossa medaglia con incisa la testa di Cosimo de’ Medici. Il “padrone” – il suo padrone modello – di Firenze. Ne ho fatto l’immagine di copertina del mio libro del 1994 “Destra, sinistra, centro? Sopra!”.
È l’humus nel quale si vive e si viene educati che determina pure la propria vocazione professionale. Era questa l’epoca, quattro secoli prima dell’intraprenditorìa stessa, in cui le piccole imprese fiorentine rinascimentali e toscane si moltiplicarono installandosi per più di 10.000 (!) nell’Europa del Nord, in Francia, Olanda, Germania, l’attuale Belgio fino anche all’Inghilterra (lo storico Eugenio Garin, per esempio, ne parla documentato nei suoi libri). Qui in Belgio una professoressa fiamminga di Antwerpen che ho ben conosciuto e frequentato ha scritto un voluminoso libro in italiano (!) sulle esperienze imprenditoriali toscane dell’epoca nell’Europa del nord (Anne-Marie Van Passen, “L’ore di ricreazione”, Bulzoni Editore).
Ma qual è il carisma dell’imprenditore nell’escatologia? Si deve pensare che esso sia il primo in assoluto che un essere deve esaminare e proporsi. Dai tempi preistorici a queli antichi, fino all’epoca nostra del lavoro salariato di massa, era naturale che almeno ci si ponesse il problema della propria professione, del proprio guadagnarsi da vivere – come tutti ed ognuno nel mondo – per assicurarsi almeno la pagnotta, come pure alla propria famiglia. Ora l’opzione imprenditoriale è diventata, nel migliore dei casi, l’ultima: si guardi il saldo negativo attuale in Europa tra chiusure e fallimenti con le creazioni di nuove imprese.
Ma dove sono questi grandi educatori cui è sfuggito il criterio primo e essenziale che definisce la nozione universale del lavoro nella produzione di ricchezza economica e culturale e, quindi, dell’educazione stessa?
È tristissimo vedere giovani ciellini italiani che, arrivati a Bruxelles, hanno come prima e risibile ambizione di postare su Facebook la loro foto, davanti all’entrata del Parlamento europeo… Una vera vergogna se, in sovrappiù, si sa che i concorsi per funzionari sono stati eliminati da molti anni (non rimangono oramai che rarissime possibilità di contratti – sempre sotto concorso – a tempo determinato, a condizione che si conoscano bene diverse lingue, tra cui una rara europea…).
Cosa rimane ad un giovane – soprattutto italiano e difficilmente più che realmente unilingue o a volte appena scolasticamente bilingue – che, oltre ad avere perso il senso della propria misura e delle misure, si ritrova senza la fierezza della propria degna libertà? Cosa occorre perché un movimento diventi veramente educativo per i giovani (e meno giovani!) oltre (o al di qua) all’introduzione continua, fondamentale e costante nel Mistero del Dio vivente? Almeno due cose: prima di tutto, la comprensione cosciente – vale a dire l’assunzione – del proprio temperamento (uno dei quattro esistenti: associativo, valutativo, intellettivo e normativo, cioè il predominante tra quelli descritti da Aristotele: politico, economico, scientifico e culturale…). Senza di che il giovane non può sapere ”chi è” dal punto di vista delle sue caratteristiche essenziali di tipo antropologico adulto; e secondariamente, quella che abitualmente viene chiamata la cifra stilistica professionale della sua dislocazione sociale: sono fatto per essere un panettiere o un ricercatore scientifico, un libero professionista, un artista figurativo o un… piccolo imprenditore. Affinché tutto questo possa estrinsecarsi quasi naturalmente, occorre che la vita comunitaria sia centrata non solo sulla ricerca esclusiva, “ossessiva” della trascendenza e dei suoi legami tra l’Assoluto e l’IO. È necessario mettere in valore – almeno riguardo ai criteri – le tipologie umane, professionali e produttive nella gerarchia morale delle loro utilità realmente richieste e rispetto agli obiettivi sociali da perseguire: per esempio, nella nostra era, la lotta senza quartiere – per molti decenni e a tutti i livelli – allo statalismo. Naturalmente, non si tratta di trasformare il movimento in un organismo di formazione vocazionale di tipo personale… Il problema educativo è, fondamentalmente, di definire e almeno inquadrare i temi (verticali e orizzontali).
Invece, al posto di queste due possibilità, il giovane italiano (anche ciellino) sceglie spesso di farsi raccomandare, sempre che sia generalmente possibile, da un “amico” di CL. Perché parlo di imprenditorialità? Forse per il fatto, sempre automatico, per cui un ordinario di statistica parla di professori e insegnanti (o di “quasi mercato”)?  No, l’imprenditore è invece il vettore permanente del concetto alla base primariamente di ogni tipo di attività che ha come finalità la creazione di ricchezza e di bellezza: sia materiale che spirituale. Sia fattuale (i panini) che astratto (perché no, le statistiche). Ed è qui che il grande Piano religioso ben “religato” di Dio prende piede, giungendo ad armonizzare – se i vincoli lo rendono possibile – le necessità della storia con le giuste vocazioni individuali. È dall’analisi globale di tipo sociale e politico che si può arrivare, ognuno può giungere, a giustificare veramente l’impegno esistenziale di ciascuno, per cui la parola educazione assume tutta la sua pregnanza sia spirituale che materiale, sia assoluta che specifica. Se si fa una inchiesta tra i cattolici compresi i ciellini per identificare la loro idea sulla professione, si rimane esterefatti. Due domande qui conclusive e retoriche di controprova.
Ma basta occuparsi di educazione trascendente per indicare o coprire tutta la gamma (verticale e orizzontale) delle vocazioni educative? Si è mai sentito parlare di queste tematiche ultimamente, nelle lunghissime giornate dedicate all’analisi intimistica e fatalmente psicologistica, nei movimenti cattolici?

14 – La libertà, la coscienza e la necessità: l’imprenditore cristiano come sintesi del paradigma morale e come prototipo del possibile modello educativo generale. Il limite da subire o da superare
Il problema della definizione della nozione di libertà da parte del cristiano sconvolge l’idea corrente per cui l’uomo libero sarebbe quello che fa ciò che vuole, secondo il suo arbitrio. La libertà del cristiano coincide invece con il  compimento della sua vocazione creaturale. Non potrà mai essere la realizzazione capricciosa della sua volontà indipendentemente dal suo compimento ontologico e religioso.
Come concepire la funzione creatrice e ricreatrice di Dio nell’esistenza umana, vale a dire nell’esistenza della  Sua creatura che sottomette ed integra la sua cosiddetta libertà individuale a quella totale e globale – vale a dire la sua vera stessa – del Creatore eterno?
Il problema salvifico si pone a partire dalla resurrezione cui ogni uomo deve poter accedere dopo l’inevitale morte continua nel peccato.
Come si svolge questo imprevedibile, eppure sempre intrinsecamente possibile, miracolo di risorgenza?
Il tutto non può che svolgersi autenticamente nella vera libertà della persona, anzi della Persona. Tutto il discorso giussaniano e carroniano sull’IO altro non è che la parafrasi moderna del messaggio biblico che ha fondato la nozione di libertà nella storia. L’IO è alla radice della Persona stessa. Ed è per questo che è inammissibile la supremazia dello Stato sulla Persona, sull’Uomo. Ogni prevaricazione statalista sull’IO della Persona è da considerarsi un crimine inaccettabile sulla libertà dell’uomo. Il cammino verso la libertà costituisce il passo invalicabile nemmeno da porre in una possibile negoziazione. Da cui i “principi non negoziabili” di cui parlavano i cattolici. Dopo l’inizio di questo pontificato nessuno più ne parla. E qui, il grande filosofo tedesco Hegel, ha contribuito in modo essenziale nel descrivere questo passo, il passaggio di questo cammino, quantomeno dal punto di vista dell’uomo e delle sue ragioni solo immanenti.
Innanzitutto, egli definisce dal punto di vista logico-formale il significato di libertà. Hegel ne fissa il senso, molto semplicemente, nella piccola frase “La libertà è la coscienza della necessità”.
Tre parole: libertà, coscienza e necessità.  La prima e l’ultima, ognuno le capisce anche intuitivamente: tutti sanno cos’è la libertà di cui don Giussani ripeteva continuamente che doveva essere situata solo subito dopo la parola Dio.
E tutti sono anche consapevoli di cosa la necessità è fatta: le contingenze e i vincoli che la vita attribuisce a ciascuno e ad ogni grande socialità o comunità di appartenenza. La sola parola possibilmente da connotare o ambigua è “coscienza”. Cos’è la coscienza? In tedesco c’è una parola Bewusstsein che esprime la coincidenza tra la conoscenza e la sua coerenza fattuale: se si è coscienti non si può non essere già in azione per tenerne conto ed esserne conseguenti. È così che pensano generalmente i germanici.  Invece nelle lingue e culture latine, la consapevolezza di una realtà può anche lasciare indifferenti e permettere, abitualmente o “furbescamente”, di fare praticamente anche l’opposto: pensare una cosa e farne tranquillamente un’altra (bisogna almeno saperlo).
Forse è in questa parolina che è possibile constatare tutta l’ammirazione inconfessata che i popoli meridionali hanno – in fondo – per la logica conseguenziale nordica.
Certo, si tratta di un problema di moralità. Ora, l’imprenditore, checché se ne dica, è generalmente un uomo profondamennte morale (se non altro per necessità). Egli non può agire nella continuità, contrariamente al subordinato, se non è convinto, dell’assoluta necessità della cosa. Tutta la sua libertà ne dipende. Max Weber, grande economista e antropologo tedesco, generalmente preso forse abusivamente per il padre della cultura produttiva, afferma non a caso che il cosiddetto capitalismo è molto semplicemente fondato sulla fiducia. Sulla fiducia morale che una società è capace di produrre. Così un processo educativo all’imprenditorialità non può che coincidere con un processo di moralizzazione, soprattutto se religioso, di una comunità, di una socialità. Chi ha mai sentito parlare intorno a questi temi, negli ultimi anni, e negli inevitabilmente sinistroidi movimenti cattolici? Malgrado fossi al matrimonio di mio figlio, ho potuto seguire su Teleromagna l’appassionato intervento di monsignor Galantino all’ultimo Meeting di CL a Rimini. Molto atteso anche dalla stampa, lo speech è stato giudicato innocuo soprattutto che i pennivendoli si aspettavano altri “sconquassi”, peraltro generalgenerici, contro i politici (e gli stessi giornalisti). Gli articoli di commento hanno così tirato un bel sospiro di sollievo oppure di delusione. Forse per le mancate possibili polemiche che fanno vendere copie in più. Non si sono accorti, come al solito, dell’interesse radicale della sua conferenza. Soprattutto per il tema centrato sul “limite umano” e i suoi numerosi rapporti con i problemi salvifici e pure fattuali, sia personali che (solo appena accennati) sociali. Tutti i rapporti compresi quelli professionali politici o comunque pubblici?
Trattandosi del segretario della CEI, è legittimo porsi la domanda… No, non tutti. Anzi solo quelli intimisti e personali. Le sue trattazioni particolareggiate sui limiti soggettivi, erano veramente convincenti soprattutto quando toccavano l’ontologia umana completamente limitata nella sua inevitabile “imperfezione”. La sua elocuzione piena di appassionati riferimenti spirituali ripercorrevano i meandri argomentativi, tutti veri, dell’umano creaturale.
Qual è dunque il… limite stesso della visione galantiniana sul suo discorso sul limite?
Molto semplicemente rispetto al fatto che, per il monsignore segretario, nessuna speranza di superamento del limite può apparentemente esistere: tutto si svolge all’interno del perimetro invalicabile fissato dalle pure forze umane personali. Il continuo miracolo della risorgenza, della resurrezione imprevedibile e sovrumana proprio alla transvalutazione divina dell’intervento della Trinità è lasciato molto in ombra, quando non preso minimamente in considerazione. Solo l’abbandono è preso in atto. Sul piano pubblico, poi, c’è l’accettazione fatalista dell’immutabilità del limite sociale come se questo sia comunque determinato da cause naturali anch’esse oggettive e non trasformabili. Nessun accenno, nessuno, ai mastodontici errori umani, nichilisti, le cui conseguenze culturali ed economiche generano vincoli e limiti artificiali. Peraltro, la linea è anche e soprattutto qui, di fatto, non disturbare il manovratore politico e sociale.
Allorquando ci si ribella alle leggi naturali e a quelle del Dio vivente, le conseguenze sociali sono enormi e sotto gli occhi di tutti. Per esempio la denatalità dovuta alla decisione edonista dell’uso massificato della pillola da cinquant’anni. Oppure il criminale e assassino aborto generalizzato e banalizzato, oltreché legalizzato.
La ribellione conseguente all’incredulità e all’ateismo operativo – inutile cercare anche vaghi accenni in Galantino – non è classificabile tra i limiti umani ma fra quelli che vanno denunciati, per  essere superati, anche con maggior forza e determinazione che rispetto al peccato personale. Ecco perché tutti gli interventi di Galantino sono in perfetta linea, purtroppo, con la svolta o la conferma della linea spiritualista dei movimenti cattolici compreso quello di CL che si sta osservando da qualche anno e,  in modo accelerato, negli ultimi tempiPer cui, trattare come fa sempre monsignor Galantino col potere (l’ha perfino fatto all’indomani della manifestazione del  20 giugno alla quale aveva dichiarato di non partecipare!) senza opporsi alle sue politiche ateiste – pure laiciste! – diventa inevitabilmente sostenerne la politica diabolicamente statalista. Non di altro si tratta dell’attuale politica anche ciellina.

 

15 – Il timore reverenziale e autolaicista di certo universo cattolico nei confronti dell’estromissione dei cristiani dalla realtà del mondo. È la stessa paura, in fondo, che viene coltivata nei confronti del mondano e mistificato “conflitto di interessi”
Il processo di educazione cristiana non è per niente – se così si può dire – complicato: basta seguire con fede la Tradizione applicandosi ai problemi via via moderni. I grandi maestri nella santità, i propri carismatici di esemplarietà, la massima teologia nella storia oltre, naturalmente e in primo luogo, la sequela dell’imitazione di Cristo ne sono i contenuti e i riferimenti. Gli esempi che si sono presentati da emulare relativamente all’adesione attiva e motivata alla manifestazione del 20 giugno 2015 contro il Gender a Roma erano innumerevoli e prestigiosi. Il successo insperato e i suoi effetti molto positivi, sia sul piano dell’efficacia dei risultati politici e legali, che su quello ancor più importante dell’unità della Chiesa, sono in sintonia perfetta con le posizioni espresse da Papa Francesco a Strasburgo in occasione del  suo grandioso discorso al Parlamento europeo, giustamente anche contro il Gender.
Ci saranno ancora molte altre occasioni per ritornare sull’argomento e correggere gli errori fatti.
Le adesioni entusiaste di prelati prima della manifestazione come il cardinal Caffarra (“Tutti a Roma!”), i vescovi dell’Umbria con e loro parrocchie, il vescovo di Ferrara, Luigi Negri (ciellino dichiarato e impareggiabile storico della Chiesa da quando era responsabile della cultura di GS fin dai primi anni ’60), oppure monsignor Sgreccia, del Pontificio Consiglio per la Famiglia, sono state oltremodo numerose.
Tutti questi e molti altri si son dichiarati non solamente a favore della testimonialità pubblica, ma pure della sua indispensabilità intrinseca come presa di posizione, conclamata dai tetti “urbi et orbi”, a difesa di un valore umano universale che hanno proclamato anche molti laici non credenti.
La Chiesa purtroppo è divisa e le molte adesioni hanno assicurato il “sorprendente” successo della manifestazione romana! Ci si immagini se ci fosse stata l’unità.
Costituisce una grande ferita per la Chiesa la perdita “autolaicista” della sua dimensione pubblica nella testimonianza. C’è piuttosto da ricordare che, giust’appunto, è da questa luce generale e accesa pubblicamente che viene ad essere valorizzata la cosiddetta testimonianza personale. La lotta delle comunità cristiane, tutte anche le più piccole, deve essere permanente in una epoca in cui il laicismo nichilista vorrebbe che la religiosità sparisse rinchiusa nelle residuali sagrestie o nella sepoltura  delle catacombe volontarie. Il desiderio più acuto del relativismo laicista, sarebbe infatti quello che i cristiani si autoprivassero essi stessi della dimensione pubblica, dell’indispensabile e primaria sua latitudine storica e legale. Quante associazioni cattoliche e quanta cultura ecclesiale dissennatamente già lo fanno!
“Ci si vergogna pubblicamente di Cristo”, ripeteva di continuo Luigi Giussani.
Il suo carisma personale è felicemente e misteriosamente tracimato per cui lo si ritrova con stupore e sorprendentemente presso anche nuove associazioni o comunità, ancora ritenute lontane da lui. Con un cipiglio che solo il miracolo dello Spirito Santo che soffia quando e dove vuole può giustificare.

Che si pensi, ad esempio, ad una  aberrazione molto ancora corrente e conseguenziale sull’interesse privato. È stato chiamato dall’esercito acefalo dei lobotomizzati laicisti e politicisti anche il “conflitto d’interessi”. Il “Bene comune” è sempre inclusivo degli interessi legittimi anche privati. Altrimenti si tratterebbe di un “Bene astratto” che intrinsecamente non dovrebbe interessare nessuno!
In effetti, quando la sinistra laicista e politicista (anche quella di una certa destra) è nella possibilità di produrre una legge contro il “conflitto d’interessi”, si può essere certi che siffatta legge non sarà mai pronta, oppure sarà sterile e impotente. O ingiusta! La stessa dinamica si ripete sistematicamente per il laicismo religioso e culturale. Laddove è la paura della fede, c’è il timore culturale dei religiosi a determinare la diffusione di questa ideologia tanto devastante quanto inefficace.

Ci si vergogna di Cristo.
Non si crede veramente nel Suo messaggio e nella Sua missione salvifica. Si preferisce mettere in ombra autolaicisticamente il coraggio di cui il cristiano può e deve vantarsi oggi. Proprio perché il coraggio della verità non gli appartiene intrinsecamente.
Lo stesso che implicitamente il mondo, tutto il mondo, richiede. Basterebbe tendere l’orecchio verso molti non credenti che si dichiarano sostenitori incondizionali della razionalità che, da sola sulla Terra, la Chiesa ancora oggi e sempre presenta.
Molti cristiani spiritualisti non vogliono così “disturbare” con la loro possibile (se solo lo volessero) incombrante e risolutiva presenza.
Tolgono in tal modo il disturbo, in maniera totalmente autolaicista, come desiderato dai più acerrimi nemici laicisti della Chiesa e di Dio.

16 – Perché il mondo cattolico non assume su di sé la missione, almeno dal punto di vista culturale, di ridurre fino a eliminare il totalitarismo dello Stato sull’IO della Persona, massimo crimine dell’irreligiosità, cominciando anche dai 5 e 8 per mille?
Lo statalismo è così saldamente installato negli Stati occidentali col suo dominio sulla Persona e la sua irriducibile libertà che è diventato per molti praticamente inamovibile, senza che sia mai stato definito, denominato e veramente criticato.
La forma di questa immutabilità è data dal fatto che neanche alcuni e rari progetti di radicale riforma culturale (di verità!) non sono mai veramente approdati. Questi progetti anche legislativi, sul piano civile, sono generalmente più vicini al sogno che alla realtà: si tratta  di delegiferare, di ridurre radicalemente (dal punto di vista quantitativo si tratta di eliminare leggi per più della metà, e non solo di decimare!). Al contrario, l’inevitabilmente abbrutito parlamentare massa si fa un particolare vanto di aumentare vieppiù le leggi e i suoi pretesi controlli. Vale a dire, aumentare – da una parte – la densità (e contradditorietà) delle leggi, e – dall’altra – aumentare ancora il numero degli addetti a cotanta pleonastica gestione, cioè il numero degli statali e assimilati: tutti a libro paga dello Stato, così sempre più totalitario, con gli immancabili addentellati parastatali (regioni, province, comuni, oltre l’oceano dei consulenti esterni). Più dell’80% della pazzesca spesa pubblica!
Giacché gli stessi deputati, anche i più colti, intelligenti e alacri si ritrovano completamente e colpevolmente almeno sprovveduti di fronte all’artificiosa complicazione delle stesse leggi inintelligibili e ingovernabili pure per contraddittorietà paralizzante.
“Nel 1960 il contribuente italiano – ammoniva il puntualmente, pure lui inascoltato, ex ministro Antonio Martino – doveva lavorare per lo Stato fino al 19 aprile, nel 1993 fino al 28 luglio”. E oggi dopo altri più di 22 anni ancora statalisti? Siamo già in settembre, anche se i calcoli non vengono più artatamente fatti!
Come fa un movimento ecclesiale a definirsi educativo, a parlare di spiritualità e pure di libertà, senza farsi carico della coscienza del totalitarismo statale sulla sacra e inviolabile persona?  I movimenti cattolici, nel loro spensierato conformismo di massa, non si occupano assolutamente del grado di libertà elementare del suo popolo. Ci si faccia caso, non ne parlano praticamente mai: mentre annunciano e cercano di vivere astrattamente il Vangelo (sempre che lo facciano veramente). Fondamentalmente essi parlano spesso della salvezza, non proprio sempre anche in questa vita.
In realtà non hanno nemmeno l’aria di preoccuparsi che forze quantitativamente schiaccianti ci riducano in schiavitù. Anche con leggi – si è visto – non veramente irresistibili. Anzi, i movimenti e la Chiesa stessa giungono a sostenere attivamente quest’ingerenza diabolica nella vita umana. Per esempio, per il Rinnovamento nello Spirito – di cui mi sono succhiato in streaming alla televisione, in luglio, sia la domenica in piazza San Pietro col Papa, che il lunedì allo stadio dell’Olimpico –  neanche uno iota di accenno al problema. Tutto va bene: votate per chi volete (come se la cosa possa essere indifferente). E camminate sulle tracce del Signore per salvare la vostra anima… Compresi anche nell’esemplarietà i rari organi di stampa cristiani pietisticamente pieni zeppi di discorsi dolcificanti e strappalacrime con implicita escatologia salvifica benpensante.
I nichilisti e gli statalisti, naturalmente, ringraziano (anche senza dire una parola). In realtà nessuno, o quasi, pone il problema fondamentale della libertà umana e del predominio assoluto del concetto di Persona, quindi dell’Io religioso su tutto. Da un punto di vista economico, questo predominio si esprime con una fiscalità che deve essere sempre inferiore almeno al 30% del PIL: i cristiani non sono anarchici. Siamo, comunque, attualmente a più del doppio (se si tolgono dal calcolo tutti i cittadini che non sono tassabili o pochissimo), in totale spensieratezza.
Negli Stati Uniti, questo limite di libertà personale è abitualmente piuttosto già fissato – incredibile per l’Europa! – al 20% circa del PIL (almeno durante la presidenza Reagan…). In CL invece, ancora per esempio, giù raccomandazioni per farsi attribuire nominalmente il 5 e l’8 per mille nel più puro stile socialdemocratico, anche miscredente e relativistico.
Alcuni anni fa, partecipando a Como ad una conferenza di CL sulla sussidiarietà, in cui oltre a un deputato ciellino, Mario Mauro, per fare molto democratico (visto anche l’elettorato del movimento pure in parte assurdamente del Partito Democratico sempre laicista!), avevano invitato un’altra cristiana cattoprogressista, la Garavaglia. Così ho potuto assistere al momento centrale della serata in cui si è giunti a giudicare, a proposito dell’elimininazione di cotali tasse, che “l’Italia non è la liberale Gran Bretagna!”. Così non lo sarà mai, ahimé. E giù altre tasse.
Si affermava in questo modo, sempre implicitamente, che il nostro popolo è intrinsecamente e irrimediabilmente cretino e non degno di fiscalità al di sopra della schiavitù. Si confermava altresì che pensare implicitamente di poter modificare le leggi altro non è che demagogia chimerica e impensabile.
Ora anche il da me molto lodato Giorgio Vittadini, sostiene queste orribili opzioni con i numerosi di professori suoi amici e tanto “sussidiari”, di fatto con tasse coatte, come tutte le altre. Che, evidentemente, sottraggono anche alla Carità la possibilità di qualificarsi tale e, soprattutto, di esistere.
Se non si eliminano tasse quantitativamente dimensionate al “per mille” del reddito, come si potrà affrontare quelle che totalizzano il 60% e più?
In Francia, per esempio, l’attore Gérard Depardieu ha rinunciato alla sua nazionalità francese per protestare contro la tassa di 75% (!) imposta sul suo tipo di lavoro dal governo socialista. Per non parlare della dissennatezza con cui, innumerevoli associazioni senza scopo di lucro nascono continuamente per farsi finanziare anche da questo tipo di tasse diventate, diciamo così, “residuali”. Risultato: la suddivisione ad alto numero di beneneficiari, non fa altro che ridurre al lumicino e all’insignificanza economica i proventi di questi dannati contributi che globalmente insieme agli altri mi fanno lavorare tutti i giorni fino a quasi le quattro meno dieci del pomeriggio – alcun anni fa, l’ho calcolato – per lo Stato. Resta fissato, in sovrappiù, il danno ideologico o ideale che dir si voglia, incalcolabile della supremazia statale comunque sulle leggi di Dio. Lo statalismo non perdona.

 

17 – La Chiesa oggi, i suoi movimenti e CL: dove va il mondo? Tutto dipende dalla libertà dell’uomo e dalla sua “dura cervice”. Le tendenze nel mio movimento tra fideismo e migliorismo, sempre statalista
Cos’è oggi la Chiesa – aldi là del suo intrinseco mistero – col suo attuale pontificato?
Cosa sono oggi i suoi movimenti ecclesiali e dove essi si situano nell’universo salvifico?
Dove si colloca nei nostri giorni Comunione e Liberazione rispetto alla sua tradizione e al suo carisma storico conosciuti, dalla sua fondazione, universalmente come giussaniani?
E soprattutto, cos’è il nostro mondo contemporaneo così pieno – come nel titolo dell’appena chiuso Meeting annuale ciellino di Rimini – di vuoto nichilista e di una sempre irriducibile domanda di pienezza globale e totalmente religiosa?
Difficile dirlo con precisione univoca. Più facile parlarne al passato (ormai) remoto, quello corrispondente alla vita attiva del compianto don Giussani, dalla metà del ventesimo secolo, oppure come ho cercato di fare in questa “Lettera aperta”.
Non proprio molto facilmente è possibile analizzarlo anche al passato prossimo, quello dell’ultima dozzina d’anni di questo nuovo millennio.
Il presente, poi, come sempre è sfuggente. Il fattore capitale “libertà umana” ne detiene eternamente le sorti. Sono sistematicamente gli uomini che liberamente determinano – fra le loro incertezze ed errori (i peccati) – il corso della storia sia collettiva che personale. L’infinita potenza Trinitaria  non può che prenderne atto e agire misericordiosamente nel Mistero. Così, il presente appare sempre come una sorta di ricco minestrone dove ad ogni cucchiaiata i vari sapori di verdure, di pasta e di spezie ben condite giocano molto a rimpiattino. Ero a Rimini al Meeting ad ascoltare monsignor Carron che dialogava acutamente con l’ebreo americano molto colto Joseph Weiler, stimolati dalle domande della bella e intelligente Monica Maggioni appena eletta presidente RAI, intorno, giust’appunto, al Dio monoteista e alla libertà della “dura cervice” o della saggia salvezza dell’uomo (la storia di Abramo…).
Era lo stesso Meeting dove la direzione del movimento aveva appena preso – di fatto – la difesa dei falsi e falsificatori giornalisti di Repubblica contro i sapienti e creaturali domenicani in posizione di vittime…
Era lo stesso Meeting dove l’inascoltabile e l’insopportabile, oltreché l’esplicitamente vanaglorioso ballista, Renzi, era stato l’invitato politico d’onore come protagonista. Ma sempre lo stesso Meeting in cui la sua storica presidentessa Guarneri, nella conferenza stampa finale, non ha nemmeno fatto allusione alla presenza (neppure citato per nome o cognome) del molto incombrante falsificatore e statalista presidente del consiglio dei ministri. Peraltro applaudito da molti ciellini obnubilati dai suoi abituali annunci demagogici di impossibili riduzioni di tasse senza previa e debita copertura oppure con decisione (futura) su tasse anche di competenza comunale! E soprattutto, a causa degli a priori rifiutati licenziamenti di statali!
Ho quindi la debolezza di credere che questa “Lettera aperta” possa essere almeno utile. Non penso però nel senso di coloro che mi hanno raccomandato di indirizzarla esclusivamente al presidente Carron, senza peraltro prendere troppo posizione: “Si tratta – rispondevo –  di dialogare con la Chiesa tutta e non solo con CL, di cui Carron è presidente – come del resto sempre in ogni circostanza – massimo e primo diretto responsabile”…
In effetti, la concezione ora largamente praticata nel movimento di don Giussani è che i problemi, tutti ricondotti o resi personali e privati (se non proprio intimi), devono essere risolti con l’Autorità, come se fossero soggettivi ed individualistici: roba quasi da confessionale il cui sacramento è tutt’altra cosa, va da sé.
“I tuoi problemi, non mi (!) riguardano: hai solo da regolarli – affermano, di fatto, molti ciellini ora detti ortodossi – con il nostro presidente Carron”.
Nella stessa linea, nel caso che qualcuno che avesse l’ardire di esplicitare dissensi obiettivi, s’è già sentito rispondere (anche da alti responsabili): “Vai a riflettere, e dopo aver meditato, ritorna per comunicare le tue decisioni…”. In altri termini, “Siccome non hai personalizzato e soggettivizzato su di te, ma hai cercato di oggettivizzare sul movimento e su suoi presunti errori, vai a ramengo e che Dio ti assista…”. Una classica e vecchia tecnica diabolica, non cristiana, anzi anticristiana, di comportarsi adialogicamente: per dirla politicisticamente (e si perdoni il parallelo apparentemente dissacrante), in modo stalinista senza la deportazione in Siberia o le fucilazioni segrete in carcere.
Atteggiamento in ogni caso odioso come quello conclamato da un volontario all’ultimo Meeting, studente di medicina, che in una discussione con mia moglie a Rimini è giunto perfino a dirle: ”Quello che pensi tu – testuale! – non mi  interessa…”. Ella gli ha prontamente risposto che invece lei era molto interessata a quello che lui (giovane) pensava, essendo entrambi di CL, oltre al fatto che ogni cristiano, soprattutto cattolico, è interessato intrinsecamente ad ogni altro essere umano al mondo. Il riduzionismo del ragazzo universitario, non un qualsiasi visitatore scettico del Meeting, ma un volontario operatore del movimento, è lo stesso o quantomeno ha la stessa radice di molti altri riduzionismi visti in questo documento o indotti nei comportamenti relazionali nel movimento. Il che produce tutta quella sufficienza e altezzosità che Papa Francesco ha riassunto nella sua accusa di “autoreferenzialità”.
Il grandissimo patrimonio culturale e religioso di don Giussani, seppur ridotto alla sua dimensione solo verticale, conferisce poi ad ogni ciellino, anche se in maniera oggettivamente parassitaria,  una assoluta superiorità nemmeno confrontabile con quella di qualsiasi membro di altro movimento cattolico. Onde per cui il problema massimo dei membri anche resposabili di CL sembra essere oggi quello dei “miglioristi” che negli anni ’70-’80 cercavano di dominare nel PCI: ricordo brevemente che i miglioristi erano gli amendoliani i quali cercavano di “migliorare il comunismo” (sic) già in totale e catastrofica crisi ideologica (oltreché fatalmente economica in tutto il mondo). Il miglioramento consisteva nell’adozione giustapposta di alcune idee “liberiste” mutuate dal padre molto liberale di Giorgio Amendola, giovane dirigente comunista, nel dopoguerra, della direzione PCI.
Siccome si è consapevoli che non esiste in nessun altro movimento cristiano di massa al mondo una ricchezza culturale così completa e profonda come quella di CL, tutta la svolta riduzionista di tipo spiritualista può ben sopportare – ha pure la “necessità di”, dicono in direzione – una ricerca di “miglioramenti” applicativi seppur conseguenzialmente “marginali”.
Quali sarebbero questi “miglioramenti” continui da concretizzare?
Fondamentalmente, se non esclusivamente, quelli elargiti – sul piano fattuale – dallo Stato statalista anch’esso in ricerca di consensi al suo criticato ma inamovibile Stato provvidenza. Dopo tanti decenni di giustissimo antistatalismo, ecco venuta l’epoca, all’opposto – conclamano i nuovi dirigenti, o i vecchi voltagabbana – dei “corpi intemedi”, della “legge sul terzo settore”, della “sussidiarietà del quasi mercato”, della contiguità con Napolitano e Renzi” e con i partiti di sinistra o laicisti… Con cui fare tragici e orrendi pateracchi legislativi sul Gender in cambio di qualche palanca fintamente elargita alle famiglie come mancetta della mutua: una marginalissima possibile restituzione del gigantesco sottratto, e continuato a sottrarre, al popolo delle famiglie.
E, particolarmente sul piano ecclesiale, ecco venuta l’era dell’amicizia fraterna con l’Azione Cattolica che, come sempre, non va alle manifestazioni e non ha alcuna esigenza di manifestare pubblicamente la propria fede. Nemmeno per la libertà di educazione. Quella stessa AC contro cui don Giussani ha brigato sempre all’opposizione e lottato con tutti mezzi per decenni. Dove e con chi si realizza l’unità ecclesiale nel 2015?
Con i riduzionisti di sempre: intimisti, psicologisti e spiritualisti. Vorrei che mi smentisse veramente. Soprattutto nei fatti.

Conclusioni imploranti
L’abituale spocchia anticristiana dei movimenti cattolici contro la dialogicità di ricerca e di unità ecclesiale
Don Giussani è morto: come ha sempre detto, anche da giovane adulto il servo di Dio in via di canonizzazione, si trova ora al Suo cospetto e avvolto nella Sua gloriosa Grazia. Nostalgia del fondatore? No di certo. È come se si avesse invidia degli apostoli che avevano, ovviamente, conosciuto personalmente Gesù.
Il problema è che ora appare chiaro che c’è stato un riduzionismo, una degradazione intimista della sua famosa visione religiosa globale ed integrale. Perdipiù ora anche statalista: il diabolico rapporto col potere!
Non che bisogna evitare di prendere il potere! Ogni movimento o partito deve sempre vocazionalmente averlo come obiettivo legittimo. Della linea globale, religiosa e fieramente autonoma nella totale libertà, di quella sì che si deve aver nostalgia. Sempre!
Anche se si è coscienti dei limiti intrinsechi che il prete brianzolo pure aveva, o quantomeno doveva avere (se non altro quelli storici in qunto figlio del suo tempo), il grande pastore in via di canonizzazione, completamente milanesizzato e universalizzato, tra i più grandi del ventesimo secolo (forse il più grande in assoluto), rimane un punto di riferimento inaggirabile. Soprattutto sui problemi globali della religiosità e di rapporto col potere.
Nel terzo di questi capitoletti conclusivi, parlerò di un giussaniano di grandissimo prestigio che continua senza sosta a sviluppare e compiere nel, dritto filo, il discorso veramente rivoluzionario di don Giussani.
La mia prima conclusione all’analisi di questa Lettera aperta  non può, così, che essere implorante.
Chi imploro? Innanzitutto il responsabile in capo della direzione di Comunione e Liberazione nelle cui fila ho potuto ricevere la grazia della mia rinascita nella mia vita e della mia famiglia. Imploro anche altre organizzazioni come l’Azione Cattolica
Malgrado le critiche anche aspre indirizzate all’attuale direzione e conduzione di CL, ho ancora la volontà di conferire stima e rispetto incomparabile alla direzione ciellina. Anzi, come ho già accennato, è proprio la radicalità, la pretesa radicalità, delle mie disanime e critiche, anche personalizzate, che mi mette nella condizione di implorare umilmente – e non è un modo di dire – una seria presa in considerazione.
In una Scuola di Metodo in Sant’Antonio a Milano – era forse il 1963 – una frase del nostro comune maestro il quale ha scelto come suo successore il prete spagnolo Carron da tanto tempo conosciuto e frequentato, mi aveva particolarmente colpito: “Anche la parola più irriguardosa ed offensiva contiene sempre il senso di un’apertura per il dialogo”. Nel mondo riduzionista in cui viviamo, piuttosto indifferente e afasico, sostanzialmente adialogico anche se logorroico, questa parola espressiva e veramente comunicativa s’è fatta rara. E questo m’ha dato il coraggio, forse paradossale, di scrivere questo documento indirizzato ai movimenti cattolici anche detti spiritualisti che, a mio parere ma non solo, dovrebbero aprire piuttosto che chiudere, come diabolicamente mi pare continuino a fare. È vero che scrivo all’Azione Cattolica, ai Focolarini e ad altri movimenti, ma – spero  che si sia notato – è soprattutto a CL che mi rivolgo implorante. Il mio amore per il nostro movimento risale al 1962 quando don Giussani, che aveva scritto allora non moltissime righe, ci aveva consigliato di leggere e meditare un libro “Fare la Chiesa” di un autore francese, Leclerc, che ora non saprei ritrovare. Nei tram zeppi di Milano (c’erano poche automobili) si trovavano sempre studenti o giovani lavoratori come me che leggevano avidamente quel libro dalla copertina verde che ha contribuito a condurmi a rinascere a nuova vita.
Poi, dopo i miei 14 mesi di militare sul confine con la Slovenia (allora comunista), ci fu rapidamente il ’68 con don Gius spedito negli USA – un po’ prima, nel 1965 – non solo per allontanarlo dal suo movimento… Infatti, si sa, tornò presto e fu quasi subito CL, ricominciando dal Péguy di via Dante e dalla Cattolica a Milano.
Della possibilità oggi di un vero dialogo in CL, a supporto di questa mia diffidenza, ho ancora molti dubbi di cui constato uno stillicidio di comportamenti più o meno paternalistici fino alla spocchia evidente da grande sufficienza e da parecchi anni.
Per esempio, agli ultimi Esercizi spirituali di Rimini ho assistito ad un episodio che non ho potuto non considerare molto significativo. È nei dettagli che il diavolo di solito mette la coda. Alla domenica mattina finale, Giorgio Vittadini doveva rispondere – anche con la sua esperienza personale – alle domande che ciascuno poteva inviare per e-mail la sera prima fino alle 22,30. Ebbene, alle 22,20 (forse anche prima), già non c’era più stata la possibilità di spedire nulla: ogni collegamento era stato già chiuso con tanto di comunicazione ufficiale via Internet. È immaginabile, ma è stato anche costatato, che molti ciellini avevano atteso l’ultimo momento per spedire le domande anche per ben formularle. Soprattutto perché non si era avuto molto tempo a disposizione a causa dei trasferimenti in pulman, i contatti nuovi personali o vecchi ritrovati, la cena…
Semmai ci dovessero essere, in questi casi, cambiamenti nel termine di consegna delle domande, questi dovevano eccedere le 22,30. La conferma a questa che, in altri tempi, si sarebbe definita una imperdonabile “mancanza di attenzione alle persone”, la si è avuta nella fretta e soprattutto nella necessaria superficialità approssimata delle questioni “riassunte” dal Vittadini. Il tempo di parola è stato quasi tutto preso per altro (del resto, come al solito, dato il temperamento e la cultura dell’oratore, molto interessante): dalla comunicazione della sua crisi religiosa, dal rapporto personale con don Carron al funerale del Gius, dalle comunicazioni varie (oltretutto inevitabilmente lacunose) delle organizzazioni principali, comprese le digressioni sull’insegnamento personale alla Bicocca alla ben definita (quella!) sua “cattedra di statistica”.
E compresa anche una non proprio breve presentazione del molto discutibile “Quartino sulla politica”: non si rilancia l’iniziativa “dal basso” senza averne fatto una anche sommaria critica, pure non dettagliata ma precisa, giustificativa della nuova linea rispetto alla “vecchia”: né l’una né l’altra, nemmeno accennate…
Del resto, questa che è stata la cosiddetta critica alla gestione di molti anni del potere, si è sempre svolta sul filo solo teorico e della “restrizione mentale” gesuitica: non chiaramente ed esplicitamente. E le risposte alle domande? Perse, dimenticate o tralasciate (mai ricevute!) tra lo scoppiettio sempre brillante – si sa – del Giorgione.
Il tutto per lasciare anche molto tempo al giovane scamiciato don Nembrini, nel tentativo irrilevante di cercar di situarsi nel reale, almeno quello apparentemente riminese ed eccentrico del raduno dei bersaglieri, dopo due giorni di lunghe e minuziose catechesi solamente trascendenti.
Si è infatti presentato per una lunga scena con in testa il cappello dei bersaglieri con l’evidente scopo di tirare su il morale della “truppa” (inutilmente e soprattutto impertinentemente) con pantomima “divertente” alla fine degli Esercizi spirituali… Del resto, mi ricordo bene, la corrispettiva sequenza finale degli Esercizi della Fraternità che avevo seguito a Parigi, tenuti in collegamento da don Carron in Italia nel 2014.
Alla raccolta orale, delle domande in  assemblea: piscis o quasi (silenzio spettrale)!
E qui si potrebbe aprire un altro capitoletto dato dall’apparente incapacità culturale – fino al blocco dell’elocuzione intelligibile – degli interventi che anche nelle Scuole di Comunità parlano molto psicologicamente spesso  anche di… banalità o di contenuti tutto sommato solo intimisti, oppure che chiedono chiarimenti già evidenti nei testi del Gius generalmente parecchio chiari: ma li si prepara veramente gli interventi? Il problema o la causa di tutta questa consueta afasia è lo spiritualismo psicologistico che non si addice, generalmente, alle persone normodotate e non inclini – giustamente – alle astrazioni introspettive alquanto  esclusivamente intimizzanti. È in questo spirito tutt’altro che dialogico che qui mi rivolgo soprattutto alla direzione di CL, ma non solo. Sperando.

I temi di attualità (scottanti) in CL e al Meeting? Purché al di fuori della ribalta. Altrimenti censura!
È proprio di questi giorni una molto grossa polemica sul Gender provocata da un fatto grave e inaudito accaduto a questo Meeting di CL appena chiuso a Rimini. La direzione del movimento ha vietato ai domenicani e a due giornalisti (di cui una anche ciellina) di replicare con una conferenza al loro stand ai “giornalisti” di Repubblica che hanno montato, come al solito, una provocazione in piena regola questa volta contro il famoso ordine monastico e contro CL stessa.
L’occasione è stata la presentazione di un libro molto serio “Gender, l’anello mancante?”  di Giorgio Maria Carbone, insegnante di Bioetica presso la Facoltà di Teologia a Bologna.
Con a disposizione più di 140 pagine di una disamina critica, completa e storica del gender, i due pennivendoli di Repubblica hanno proditoriamente messo in scena una squallida polemica su una minuscola citazione marginalissima (e inessenziale) relativa a una oltretutto inchiesta danese sulle conseguenze medicali della pratica omosessuale… Naturalmente dei 10 grossi capitoli e dei 42 sottocapitoli del libro, i due cosiddetti giornalisti, come abitualmente per i nichilisti, non hanno parlato: si tratta dei contenuti del libro presentato di cui hanno utilizzato capziosamente solo spunti, per loro abitudinariamente polemici ed antagonisti!
I superficiali e disperati sostenitori del gender non rispondono mai, infatti, alle tesi che smontano e contestano le idee cervellotiche e assurde dell’ideologia da loro divulgata. Essi si limitano in modo perfettamente antiscientifico e impertinente ad accusare con metodo sistematicamente insultante i loro avversari di essere “omofobi”.  Cosa assolutamente falsa, preventivamente sempre dichiarata dagli oppositori all’ideologia gender e al di fuori, sistematicamente, della pertinenza del dibattito. Chi è contro le teorie “gender” non è generalmente ostile agli omosessuali, né tantomeno omofobo!
Cosa fa CL? Difende i domenicani che sono perfettamente nella verità e legittimità?
No, CL impedisce ai domenicani anche solo di replicare alla provocazione grossolana e falsificante di Repubblica. La conferenza sul tema programmato al loro stand, come fanno da anni presentando generalmente libri, è stata annullata. Tutte le scempiaggini scritte sul sito laicista, almeno quanto quelle del quotidiano del suo fondatore, il  miscredente attivo Scalfari, non avranno così risposta là dove esse hanno avuto origine: al Meeting. Motivo? Se si è capito bene, la motivazione della direzione del movimento, non si deve pronunciare proprio, non solo al Meeting, soprattutto se in polemica diretta anche se delibertamente subita, la parola “gender”, nel senso critico e polemico proprio alla legittima difesa. Tra tutte le centinaia di parole chiave pronunciate con dovizia al più grande incontro di attualità religiosa e culturale al mondo,  non c’è la parola “gender” in dialettica.
Perchè? Per la semplice ragione che martedì 25 agosto al Meeting l’ospite d’onore – come già visto – è stato l’autodefinito “cristiano” Renzi, il primo ministro italiano che ha appena rilanciato l’iter per l’approvazione delle leggi, giust’appunto, “gender” e “lgbt”. Il grande manovratore delle orribili leggi transumane, ateiste e laiciste, deve dare l’annuncio (tra quelli di diminuire le tasse senza prima, come al solito, determinarne la diminuzione sostanziale e radicale delle spese!) di una nuova legge sul “terzo settore”: seguire lo sguardo interessatissimo e riconoscente da e verso Giorgio Vittadini il “grande operatore sussidiario” della situazione…
Il sito di Nonni2.0  www.nonniduepuntozero.eu  ha subito segnalato l’episodio censorio contro i domenicani e la libertà di espressione da parte di CL. L’invito è pure di leggere l’articolo sulla “Bussola quotidiana” (http://www.la nuovabq.it/it/articoli-lombra-di-repubblica-sul-meeting-di-rimini-13625.htm), organo dei domenicani che relata con completezza la vicenda: vi si presentano, in modo molto documentato le modalità di questo attacco alla libertà di espressione in CL oggi.
Abbiamo comprato il libro del Carbone letteralmente andato a ruba e lo stiamo leggendo avidamente. Dal che si evince che la censura ciellina interviene quando un tema, quello del “gender” escluso ufficialmente dal Programma ufficiale del Meeting (la presentazione del libro era relativa al piccolo stand dei domenicani), può giungere in piena attualità nei media resa clamorosa anche per cause accidentali. Oppure, come doppiamente nel caso specifico, per utilitarismo politicistico.
Si può sopportare della realtà l’irrilevanza o la marginalità, ma non – per l’attuale direzione – il primo piano dell’attualità!
Ciononostante, continuo ad insistere nella mia iniziativa dialogica con questa “Lettera aperta”.
Quello che invece si sta manifestando, come nuovo movimento generale, spontaneo e ecclesiale, è fondato su una tipologia umana in cui l’intimismo, quello sì, è ridotto alla porzione congrua. Questo nuovo movimento, ancora molto informale, pare abbia però già metabolizzato – giustamente – tutto il discorso dell’IO e della sua intrinseca libertà. Ed abbia integrato nel suo topos esistenziale la dimensione pubblica e sociale che lo rende sostenitore concretamente della normalità dell’uomo “normale”, delle sue caratteristiche proprie del suo tempo, sebbene situato escatologicamente e senza timori tra Cielo e Terra.
Come innestare questo processo di rapporto completo e globale con il reale, quasi a ritroso?
Sono un piccolo imprenditore forse, sicuramente, incommensurabile con la gestione e conduzione di un movimento ecclesiale naturalmente complesso… Certamente so solo dell’imperativo di rendere pubblico e sociale il movimento. Quindi di ogni singolo suo membro. Rifiutando ogni tendenza, anche lontana, di connivenza e di odiosa piaggeria col potere oltreché di psicologismo inevitabilmente intellettualistico.
A rischio di apparire magari meno colti. Tanto il patrimonio giussaniano è talmente ricco e vasto che un simile rischio è pressoché inesistente.
Quale movimento al mondo, in effetti, dispone di un back-ground  teologico e culturale come quello che il Gius ha consegnato alla Chiesa e alla storia?
Non si tratta quindi di essere nostalgici di un passato irreversibile: Luigi Giussani va solo canonizzato. Ma l’esperienza salvifica giussaniana dell’uomo moderno, quella va tutta recuperata e ben mostrata. In ogni occasione e senza ombra di spocchia. L’”autoreferenzialità” di cui parlava il Papa va tenuta in conto al più alto livello.
Tutta la Chiesa vivente e i nuovi movimenti ormai lo chiedono.

La Grazia per un arcivescovo ambrosiano, tradizionalmente cristocentrico, grande teologo e autenticamente giussaniano
Comunione e Liberazione ha sempre avuto, fino al mattino di questo millennio, la più umile, dunque smisurata, delle ambizioni: situarsi al più alto livello di assunzione e di identificazione della problematica della Chiesa.
L’altezza vitale e la globalità vocazionale di un movimento vengono misurate dalla capacità percettiva e da quella risolutiva (adulta!) di porsi al centro dei problemi cruciali dell’Ecclesia. La centralità della Chiesa, a sua volta, nel mondo sta pure in questa sua coscienza attiva di essere sia il seme che il lievito salvifici.
Mi ero messo a leggere, forse in modo insensato, un librone teologico pubblicato ultimamente da Queriniana intitolato “Misericordia“ di Walter Kasper, il cardinale tedesco, osannato dalla stampa laicista e presentato in odore di “eresia” da quella cattolica da quando – incaricato dal Papa – ha introdotto i temi sul Sinodo aperto nell’autunno 2014 sulla Famiglia. Mi ci vorranno molti mesi – sempre che andrò fino in fondo nell’impresa – per venirne a capo.
E siccome cerco sempre, a portata di mano se possibile, grandi maestri e giganti della fede in grado di far fronte alle sfide troppo per me pesanti, mi chiedevo negli ultimi mesi, dove fosse finito l’altro grandissimo cardinale, da qualche anno anche seduto sul nostro trono ambrosiano, Angelo Scola.
Sapendo che avremmo potuto seguirlo da vicino per alcuni giorni, siamo stati – mia moglie ed io – in Terra Santa quest’inverno col pellegrinaggio della diocesi di Milano. Ci siamo comprati due esemplari del meraviglioso libro di Luigi Amicone sullo stesso pellegrinaggio fatto da don Giussani con un gruppo di CL (se non erro nel 1987), allo scopo di ben essere guidati soprattutto dalle riflessioni del Gius, giorno dopo giorno, nelle varie tappe dei non solo tre anni evangelici di Gesù.
È merito soprattutto di mia moglie Orietta se ci consideriamo fedeli sempre del nostro prestigioso patriarca (fin da quando lo era a Venezia), e non solo, sussidiariamente, del nostro arcivescovo di Bruxelles, Léonard. Lei lo segue continuamente anche sul sito web personale. È una immensa grazia di avere a Milano, nella nostra “più grande ed importante diocesi al mondo” (Papa Emerito dixit), un cardinale arcivescovo, il cardinale forse oggi più grande, che si rivendica molto legittimamente come giussaniano e, nel contempo, profondissimo teologo attivo e pastore nella Chiesa tra i più eccelsi: da Ratzinger stesso (con cui ha fondato in Svizzera la decisiva rivista internazionale e in molte lingue “Communio”), a san Giovanni Paolo II che lo aveva già nominato patriarca di Venezia (dove ha fondato “Oasi”, la rivista sempre internazionale del “suo meticciato iperstrategico”)… Non era e non è a caso amico dei più grandi teologi del ventesimo e del ventunesimo secolo (come von Balthazar). Egli conosce tutta la storia di CL in quanto anche come protagonista, da quando era un giovane giessino a Milano. È divenuto l’Autorità massima della stessa nostra città europea nella Chiesa che sola ha saputo interpretare il vero senso dell’EXPO, imperniandolo sul concetto evangelico “Non di solo pane vive l’uomo”. Devo qui riconoscere a monsignor Carron l’acutezza ecclesiale di aver richiesto, in una lettera a Papa Benedetto, di nominare arcivescovo di Milano il patriarca di Venezia, ex ciellino e collaboratore di don Giussani da molti decenni. La ragione della richiesta, prima della sua nomina nel 2011, era a causa dell’alquanto pietosa e spiritualista situazione della gestione martiniana e del suo successore, arcivescovo Tettamanzi, per più di trent’anni della diocesi milanese. Da molti anni il nostro sublime Angelo propugna l’idea pastorale, in sovrappiù, secondo cui i movimenti ecclesiali, nella loro completa autonomia, devono mettersi al servizio attivo dei bisogni delle diocesi, uniche – si potrebbe dire – strutture architettoniche e logistiche della Chiesa territoriale. I movimenti, o servono a costruire e consolidare la Chiesa, oppure sono destinati alla loro più marginale inutilità.

A metà luglio scorso, mia moglie, che lo apposta di continuo, ha potuto scoprire dove fosse “scomparso” negli ultimi tempi. Lo ha ancora ritrovato in Medio Oriente al centro del più importante nodo ecclesiale oggi: quello dei cristiani perseguitati e martiri. Avevamo già assistito a Gerusalemme con più di 300 pellegrini lombardi nelle ultime festività di Natale, all’incontro che aveva organizzato col patriarca mediorientale Fouad e con il capo dei francescani “archeologi” e custodi del Santo Sepolcro, padre Pizzaballa, su questi temi. Ma la nostra grandissima sorpresa, ancora una volta stupefatta, è che ha preparato un documento gigantesco e radicalissimo per la seconda sessione del Sinodo di fine anno sulla Famiglia. Esso, è vero, scaturisce dal suo trattato fondamentale sul matrimonio pubblicato in due volumi nel 2005 e diventato inaggirabile: Angelo Scola, Il mistero nuziale, Marcianum Press.
Non parlo qui dell’intenso e sempre significativo suo pellegrinare sistematico nelle innumerevoli parrocchie della sua diocesi (anche tra i monti sul Lago di Como dove abitiamo in famiglia in Italia…). Non solo, dunque, la realtà più attuale come quella della persecuzione dei cristiani, ma anche quella del futuro più che immediato della Famiglia costituiscono i punti nevralgici del suo incessante lavoro pastorale. Per quel tanto che ho potuto capire, dato il fatto che il documento pubblicato è solo una riduzione di quello originale che sarà presentato al Sinodo, le tesi descritte sono come al solito molto profonde. E implicanti pure una riconcezione del sacramento del Matrimonio (Famiglia soggetto di evangelizzazione, ne è il titolo), verso però l’alto.
La direzione appare in tal modo opposta e poco commensurabile, dal punto di vista dei contenuti, a quella – se così mi è possibile dire grossolanamente – alquanto “politicista” e “sociologista” di Kasper. Un grande esempio di eredità giussaniana svilupata e approfondita…
Con un arcivescovo così non c’è timore di restare senza indicazioni e direttive pastorali oltretutto ben dotate di fondamenti teologici ben ancorati nella grande Tradizione della Chiesa. Una stretta collaborazione “diocesana”, tra l’eterna sede centrale e direttiva di CL, quella della Milano detta pstmoderna e della metropoli per antonomasia non solamente economicamente produttiva, e la Chiesa ambrosiana decisiva nella compagine ecclesiale universale, potrebbe diventare una provvidenziale esperienza esemplare di catechesi pastorale per i vari movimenti autonomi per carisma e Chiesa territoriale.
Comprese le comunità locali, anche periferiche, che guardano (devono sempre guardare) il centro-alto per inspirarsi e forgiare i loro comportamenti di missione.

Franco Troiano

 

Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam

Nota sull’autore

Franco Troiano (1944) vive in famiglia a Bruxelles da 39 anni (due figli di 33 e 30 anni, con moglie ex funzionaria dell’UE). È stato dal 1962 nel movimento Giovani Lavoratori (al Raggio Comasina di Milano) che, all’epoca, era ben unito a Gioventù Studentesca, fondati e diretti da don Luigi Giussani: era il tempo in cui il Gius andava dappertutto a tenere “raggi”… Nel 1977, l’autore di questo documento fonda la società Eurologos a Bruxelles che diventerà negli anni ’90 l’head office, la testa di numerose agenzie di servizi multilingui su quattro continenti  www.eurologos.com. Nel 2014, in vista di passare il testimone a sua figlia Odile nella direzione del gruppo internazionale, ha aperto un Blog bilingue (www.francamente2.com) su cui questa “Lettera aperta” è pubblicata in supplemento. È membro della Fraternità di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere. Sostiene con la propria famiglia a distanza sei bambini e adolescenti dell’AVSI, associazione missionaria di CL. Egli è pure iscritto attivamente alla nuova associazione Nonni2.0 (www.nonniduepuntozero.eu). Pensionato, continua a fare l’imprenditore secondo le sue convinzioni fino all’ultimo respiro, ringraziando il Creatore della sua – diciamo così – buona salute fisica.

Commenti

  • Meraviglioso, continui la sua opera , che il Signore le dia lunga vita

    Ciaccia Trevisan Gabriella30 luglio 2017

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